Di scarpe, scimmiette e la foto ai tempi di instagram

Un tempo le foto erano da posa. Quando non ci si poteva permettere di fotografare ogni pietanza,  ogni paio di scarpe indossate e ogni espressione a culo di gallina,  fare una foto era un’operazione ben ponderata,  studiata e molto impostata.  Le motivazioni erano innanzitutto di natura economica e di spazio;  un rullino conteneva al massimo 36 fotografie,  che non basterebbero a fotografare un intero menù da matrimonio siciliano,  mettiamo pure che ci si porti più rullini,  quanto dovrà costare la stampa? Le fotografie non potevano quindi andare sprecate,  una volta scattate,  si doveva aver la certezza fossero venute bene.  Si doveva inoltre considerare che il primo a vedere le foto sarebbe stato il fotografo di fiducia che già aveva sviluppato le foto del proprio battesimo,  sarebbe quindi stato imbarazzante andare a ritirare un mazzo di foto ritraenti te stessa che ti fotografi la panza davanti uno specchio,  o che mandi baci immaginari a chi? Che poi il fotografo pensa siano per lui e ti consegna le foto ammiccando.
Le fotografie dovevano immortalare un evento da ricordare,  dovevano imprimere sulla carta un ricordo che non finisse per essere dimenticato.  Ai tempi dei nonni si andava ancora nello studio del fotografo per immortalare un matrimonio,  un battesimo,  un fidanzamento già avvenuti. Non vi era nulla di naturale,  volti seri,  senza sorrisi,  molto solenni.
Qualche anno dopo si è iniziato a sorridere nelle foto e se proprio non si trovava alcun motivo per ridere,  il tizio che teneva in mano la macchina fotografica,  che non era più necessariamente un fotografo,  incitava a dire Cheese. Quando si pronuncia infatti “formaggio”  in inglese,  le labbra assumono la forma di un sorriso.
A riguardo sono stati eseguiti però degli studi dalla Nikon e sembrerebbe che la parola più adatta per far sembrare stiamo sorridendo,  sia Ouistiti (pronunciato ui-sti-ti) che in francese dovrebbe significare “scimmietta”,  dico dovrebbe che in francese non sono arrivata ad imparare i nomi degli animali,  so solo Papillon.
La Nikon ha eseguito un vero  studio esaminando diverse foto fatte ad una modella mentre pronunciava 26 parole diverse scelte appositamente da linguisti per la posizione della lingua e labbra. Tra le parole col miglior effetto ci sono:
1. Ouistiti
2. Famiglia
3. Patata (spagnolo)
4. Marmolada (polacco)
5. Zaag eens kaas  (“dici formaggio” in olandese).
Da oggi quindi direte tutti scimmietta.

La scoperta delle fotocamere digitali ha reso in primo luogo illimitato il numero di foto e la possibilità di vedere prima della stampa se fossero venute bene o meno ed eventualmente cancellarle.  Ancora si portavano però dal fotografo per lo sviluppo.
Ad un certo punto si è smesso di svilupparle e alcune,  solo alcune vengono stampate direttamente dai dispositivi messi a disposizione dai vari negozi di elettronica senza tempi di attesa o fotografi che possano prima sbirciare tra le foto.
Poi sono arrivati gli smartphone che sanno fare di tutto,  tranne che un caffè,  e l’applicazione Instagram.
Con Instagram si è diventati più sfacciati,  non si teme più il giudizio del fotografo,  non si vuole più immortalare un evento importante ma lo scopo è solo quello di avere più follower.
Io che ancora non ho nemmeno capito l’uso dei diesis nelle didascalie delle foto,  ho intuito esistano delle categorie su questo social network:
1. Panza allo specchio.  In biancheria intima,  o vestiti,  con la maglietta tirata su,  per fare notare il piattume della panza.  Ne ignoro il motivo.
A questa categoria appartengono anche le gravide che invece fanno a gara a chi ce l’ha più grossa. Per sembrare piatta la mia panza dovrei tirare parecchio in dentro e la faccia mi diventerebbe viola.  Potrei far finta di essere incinta di 4 mesi,  sarei più credibile.
2. Sempre nella categoria  “specchio”  ci sono i culi,  per lo più femminili. Culo rivolto allo specchio,  torsione del busto di 180 gradi in modo che anche la faccia sia rivolta allo specchio.  Che io dico,  sono così contenta di avere il culo in posizione tale da non vederne l’enormità,  perché devo fotografarlo,  girarmi allo specchio per guardarlo e mostrarlo al web intero?  Se potessi ci piazzerei pure le tette sulla schiena,  così mi risparmierei pure questa,  di vista.
3. Feticisti del piede,  o meglio delle scarpe.  Foto con posizioni molto improbabili di piedi indossanti scarpe ti ogni tipo. Chi banalmente in piedi,  si fotografa le scarpe dall’alto,  chi seduto a centro del letto,  con i piedi sulle coperte,  cosa che a me fa schifo, che basta che qualcuno entri in casa con le scarpe già diventò una iena,  figurati se mi sale sul letto con le scarpe per farsi una foto.
4. Colazione-pranzo-cena.  Ci sono quelli che prima di consumare un pasto sentono la necessità di ringraziare Dio che nonostante la fame del mondo,  i terremoti,  le cavallette,  le carestie,  lui ti stia donando questo pasto,  e chi invece prima di mangiare sente l’esigenza di instagrammarlo.  Se appartenete all’una o all’altra categoria non invitatemi mai a mangiare insieme.
5. Cosa mi metto?  nelle varianti: vestiti,  accessori e scarpe sul letto (porcalamiseria le scarpe sul letto no!) oppure tutte vestite e truccate davanti lo specchio prima di uscire.
6. Ascensore,  per chi non avendo uno specchio abbastanza grande in casa,  si fa la foto davanti lo specchio dell’ascensore.
Io fotografo molto poco,  mai me stessa,  in genere per me le foto sono legate ad un viaggio o ad un evento particolare.
Alcune cose preferisco imprimerle nella mente piuttosto che nelle fotografie,  perchè così riesco a ritoccarle,  modificarle e avere alla fine un’immagine migliore della realtà.

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Pink Flamingos in Berlin. Ovvero i fenicotteri rosa di Alessandra

Ho sempre ammirato chi è in grado di creare qualcosa con le proprie mani. Per me è magia, stregoneria, un’arte a me del tutto ignota, irraggiungibile. E dire che una di queste streghette l’ho avuta sempre vicino, ma io non ho proprio imparato nulla della sua magia. La mia mamma crea da oltre una vita abiti, persino il suo vestito da sposa se l’è cucito da sola. A casa sua, prima di indossare quel vestito da sposa, vestiva le due sorelle e la nonna, poi è passata a vestire me, le mie bambole e creare bambole di pezza. Passavo le domeniche ad ammirare come disponeva la stoffa sul tavolo del soggiorno, i fogli leggeri che costituivano le sagome, le spille appuntate , le linee di gesso, le forbici che tagliano, l’imbastitura. Stavo sempre a guardare, ma non ho mai imparato nulla.

Io, non per vantarmi, con le mani non so fare nulla. Ma veramente nulla. Ho imparato un pochino ad usare i ferri da maglia, dritto e rovescio e basta. Poi ho scoperto il telaio circolare, che saprebbe usare pure Ciccio, se non fosse che si infilerebbe l’uncino in un occhio. Neanche un bottone saprei cucire, che quando malauguratamente ne cade uno alla camicia di Zito, mi guarda ormai disilluso e mi chiede se almeno ci voglio provare, che io gli dico, guarda ormai tra tre mesi viene mamma, tanto vale lo fa lei.

E poi c’è Alessandra, l’unica persona che conosco in grado di suonare l’ukulele e a riportare in vita cadaveri.

Berlino è piena di mercati delle pulci, ogni quartiere ne ha uno. Per me sono solamente luoghi di raccolta per l’Alba (che a Berlino raccoglie i rifiuti speciali), se non sai come disfarti di un mobile vecchio lo porti la e aspetti che il camion dei rifiuti, o qualche berlinese, se lo venga a prendere. Addirittura c’è chi nemmeno li vende, li mette giù per strada e qualcuno se lo porterà a casa sua. Alessandra è una di queste, vede un cadavere e se lo porta a casa, per ridargli vita. Ma non lo vedi che è una cosa vecchia, brutta e buona solo per il falò di San Giuseppe? No. Lei in quella cosa ci vede ancora una vita.

Ciò che fa, non è un banale restauro, è un conferire una vita completamente nuova a quell’oggetto, una valigia vecchia diventa la cuccia di Myrna, un tavolo scuro, pesante, diventa un allegro tavolo giallo pronto ad accogliere un albero con i suoi rami e foglie e magari qualche uccellino.

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I mobili assumono una nuova vita, forma e colore, gli viene data una seconda possibilità, partendo però avvantaggiati perché più belli di quando furono creati.

Quello che per alcuni potrebbe essere un hobby, una pura distrazione, scartavetrare qui, passare una mano di colore li, è per Alessandra una vera passione ereditata dal suo papà. Di questa passione è riuscita a farne anche un mestiere, che è ciò che tutti sognano: poter alzarsi la mattina felici di poter fare qualcosa che piace realmente. E così la mattina Alessandra si sveglia saluta Myrna che dorme nella sua valigia e va a Prenzlauer Berg dove sarà accompagnata tutto il giorno da fenicotteri rosa.

pink Flamingo Indossa il grembiule e inizia a lavorare sul prossimo mobile o oggetto da salvare. E mentre i fenicotteri di tanto in tanto cambiano gamba, lei continua ad avere mille idee testa, workshop da realizzare nuovi oggetti di arredo da ordinare. Perché nel suo negozio Pink Flamingos vende anche tanti oggetti estremamente originali e carini, tutti scelti secondo il gusto di Ale, oggetti che conferiranno colore, personalità e allegria alle nostre case. Ha pure un angolino di vestiti fatti a mano (non però da lei, che sul serio sarebbe troppo per me) per bimbi. Il Pink Flamingos è proprio come casa di Alessandra, un posto colorato, allegro e accogliente, che ti viene voglia di togliere le scarpe all’ingresso, farti un tè utilizzando quelle teiere a fiori esposte, poggiare la tazza su quel mobile turchese, adagiarti sulla panchina rosa circondato da fenicotteri e passare il giorno ad ammirare il lavoro della padrona di casa nel retrobottega, così come facevo le domeniche con mamma.

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Per fortuna però i fenicotteri sanno volare, per cui se non passate voi da Berlino, saranno loro a farvi visita:http://pinkflamingosberlin.bigcartel.com/.

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Ed ecco qui Alessandra, nella Sua panchina rosa di fenicotteri

Vorrei fare una precisazione, doverosa: il mio non è un blog che sponsorizza marchi o attività, nessuno mi paga per le cazzate che scrivo, e ci mancherebbe altro, anche se in effetti c’è chi è pagato per le cazzate che scrive, ma questa è un’altra storia. Alessandra è veramente un’amica, una persona che stimo tanto per ciò che è e ciò che fa, nessuno mi ha chiesto di scrivere questo post, ho chiesto io di farlo, perché credo profondamente nelle attività di stregoneria di Alessandra, e siccome condivido con voi che nemmeno conosco, cose mie da 9 anni, volevo anche condividere questo.

Pink Flamingos si trova in
Stargarderstraße 35-36
10437 Berlin

#Buonagiornatamondialeuncazzo

Due giorni fa é stata la giornata mondiale della terra, ieri invece lo era del libro, e oggi?, chiedevo stamani su Facebook. Che sembra che ogni giornata debba essere ricordata e celebrata a livello mondiale ogni anno per qualche cosa. Un mio amico mi ha risposto che potrebbe essere Buonagiornatamondialeuncazzo, giusto per citarmi, e in effetti il 24 aprile potrebbe esserlo, solo che poi ho scoperto questa data essere occupata dagli animali nei laboratori. Mi tocca quindi cercarmi un’altra data.

Grazie a Wikipedia (ma come era la nostra vita prima senza questo strumento?) ho scoperto che ogni mese dell’anno contiene piú giornate mondiali, date scelte dagli organi dell’ONU e UNESCO.

Alcune le conosciamo tutti, il 27 gennaio è il giorno della memoria,  ma anche dei malati di lebbra (e questo lo ignoriamo); altre ce le ricorda Google, che onestamente se ogni 12 febbraio non mettesse qualcosa su Darwin, ce ne scorderemmo o ignoreremmo affatto che quello é il Darwin Day; charlesdarwin_09

altre non le conosciamo, o forse non le conosco solo io, affatto.

Non sapevo per esempio che il 21 febbraio è la giornata internazionale della lingua madre. celebrata per promuovere la diversitá liguistica e culturale. Tale data fu scelta per ricordare il 21 febbraio 1952 quando diversi studenti bengalesi dell’universitá di Dacca furono uccisi dalle forze di polizia del Pakistan (che allora comprendeva il Bangladesh) mentre protestavano per ottenere il riconoscimento della propria lingua come lingua ufficiale.

Sembrerebbe che queste giornate servano a ricordare qualcosa di brutto, da non dimenticare per non ripetere gli stessi errori, ma ci sono anche giornate che invece ricordano o festeggiano solamente cose allegre, come la giornata della musica, la Fête de la Musique lanciata in Francia nel 82 e che ha conquistato molti paesi. Anche a Berlino nel primo giorno di estate si festeggia questa giornata con vari concerti.

Il 27 Aprile è il giorno del disegno, due giorni dopo è quello della danza, il 2 ottobre è la giornata del sorriso.

smile Sarà che io sono però cacacazzi di natura, non amo molto queste giornate mondiali, e non le seguo piú di tanto, anzi le guardo con occhio un po’ critico.

Non ho bisogno di una giornata per ricordarmi quanto è bello e importante e prezioso il multilinguismo, non ho bisogno di un giorno per scattare foto alla libreria e fare vedere che sono brava che leggo,  non ho bisogno di un giorno per lottare contro il cancro o per ricordare l’olocausto.

Ogni giorno dovremmo sorridere (persino io lo faccio, giuro), ogni giorno leggere, magari non un intero libro, vabbè se piccolino forse si, piú volte all’anno ricordiamo gli errori del passato, le uccisioni e le inguistizie, ci accompagnano durante tutto l’anno e abbiamo tante, troppe occasioni per ricordarcene.

Il problema è che non tutti vogliono ricordare o forse ignorano e vogliono ignorare del tutto un problema contro il quale lottare, per queste persone c’è l’ultima domenica di settembre che è la giornata mondiale del sordo.

E se ci dimentichiamo di ricordare allora ci pensa google a rinfrescarci la memoria.

Io rimango in attesa del 19 settembre, il Talk like a pirate day, che stranamente non é riconosciuto dalle Nazioni Unite. Corpo di mille balene!

Non poter capire

Se c’è una categoria che più detesto al mondo,  è  quella delle mamme,  tra le specie  più agguerrite,  saccenti e aggressive.
A quanti di voi sarà capitato di sentirvi dire “non puoi capire perché non hai figli”,  frase che conclude una qualsiasi discussione,  che sia riguardo le tasse,  la moda,  le vacanze etc. Quando non si hanno più argomenti a disposizione per difendere la propria idea ecco che arriva la conclusione “non puoi capire”.  Ciò pone la madre in uno stato di superiorità rispetto all’interlocutore privo di prole,  lei è un essere superiore,  detentore della verità assoluta,  tu povera idiota,  non puoi capire,  sei limitata. Mi riferisco solo alle donne,  perché non ho mai visto questo aspetto manifesto negli uomini e nei papà.
L’essere superiore ignora però le ragioni per cui l’interlocutore non ha figli,  non può,  non vuole o sono cazzi suoi che non deve stare a spiegare a nessuno,  rimane comunque un essere inferiore.
Non so come funzioni la cosa,  se è uno, spermatozoo a rendere la donna intelligente al momento della fecondazione o se sono invece i dolori del parto a rendere la neo mamma un essere superiore.  Ovviamente chi decide di fare un parto senza dolore,  non sarà mai una vera mamma,  la sofferenza è indispensabile.
Le mamme danno consigli non richiesti su allattamento,  marsupio,  vaccini,  asili e in generale sull’educazione a chi deve ancora divenire mamma o lo è appena diventata.  Magari le dispensatrici di consigli sono pure neomamme come te,  ma da un mese in più,  quindi ne sanno più di te perché “ci sono già passate”,  chi poi ha più figli è ancora più intelligente di chi ne ha “solo”  uno.
Ci sono le mamme che “assolutamente l’allattamento solo al seno e fino al liceo”, quelle che “solo il biberon che se no mi rovino il seno”; quelle “che assolutamente il marsupio” ,  ma non quello pratico già pronto,  meglio quello a fascia che per metterlo devi fare la contorsionista,  pulisci mezza città, rischiare tuo figlio cada e mentre lo leghi attorno alla vita dici con non curata che È FACILISSIMO; le mamme che “assolutamente niente ciuccio”;  quelle che “l’asilo non è un posteggio e che tanto valeva allora non farlo un figlio”  e poi posteggiano il pupo dai nonni.
Ci sono le mamme orgogliose delle smagliature e delle minne alle ginocchia,  felici e orgogliose di vedere come il loro corpo sia cambiato in seguito alla maternità.  
Che poi secondo me,  ogni tanto aprendo l’armadio e vedendo i vecchi vestiti che non gli entreranno mai più,  una lacrimuccia gli viene giù,  certo tranne a quelle mamme tornate esattamente come prima,  ma queste mamme le odio ancora di più.  Sono quelle che ti dicono che tanto i chili vanno quasi tutti via subito dopo il parto,  i due-tre restanti vanno via durante l’allattamento (dando per scontato che allatterai). Io poi di smagliature ne avevo già così tante che quella sul fianco me la sarei proprio risparmiata.
Le mamme wonderwoman che lavorano full time e che riescono a gestire anche la vita in famiglia senza mostrare alcun segno di cedimento,  mostrando al mondo intero quanto sono brave.
Quelle che misurano la felicità dei figli in base al vestito di marca che gli fanno indossare,  e quelle che invece la misurano in base alle macchie di colori,  terra e altre macchie non meglio identificate,  sugli abiti molto low cost.
Uguale a quale genere di mamma si appartiene,  si è sempre circondati da gente che “non può capire”  o che semplicemente sta sbagliando perché appartiene ad un altro “tipo” di mamma,  povero figlio che ne pagherà le conseguenze.
Io ho sempre detestato il “non puoi capire”,  direi più semplicemente che cambia il modo di vedere le cose,  che se prima inveivi contro il giornalista che “sta dicendo una marea di cazzate”  poi inizierai a piangere ad ogni notizia; che se sceglievi i mobili in base a quanto fossero belli,  poi li sceglierai in base al materiale,  numero di spigoli e possibilità di arrampicata libera.
Ma tanto è inutile discuterne perché o siete mamme diverse da me (non ho allattato,  piango a vedere i vestiti appesi nell’armadio,  asilo si si si, vestiti zozzi e rigorosamente CundA,  no marsupio che mica sono un canguro) o non potete capire.

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