Dreißig Jahre alt

Il tedesco, come l’inglese esprime gli anni in “vecchiaia”, cioé io in crucco non “ho” 30 anni, ma “sono vecchia” di 30 anni. E in effetti é il modo piú corretto per esprimere come mi sento: non una giovane e brillante trentenne, ma una vecchia, svuotata e non piena di vita, che non ha piú molto da offrire.

Oggi l’Hausmeister della VHS, che tutti dicono sia pazzo, e forse per tale motivo é l’unica persona che si ferma a chiaccherare con me, mi ha chiesto quanti anni sono vecchia. Trenta ad Aprile, gli dico io. Nein! das kann nicht sein! E`incredulo, dice che non li dimostro. Poi mi chiede se ho figli, sua madre giá a 20 anni ne aveva e cosí sua moglie, quindi anche io devo averne. E invece no. Non ne ho. Cerca di riprendersi dicendomi che in effetti sono ancora giovane e lo sembro ancora di piú e invece no. E no, caro mio Hausmeisterino preferito, io me li sento tutti questi pochi anni, mi pesano tanto e vorrei averna ancora 20 e immaginare come sará tra altri 10 anni. Perché io, 10 anni fa, non me li immaginavo di certo cosí i miei 30 anni di vecchiaia. Credevo avrei avuto una famiglia, una casa, un lavoro e la certezza di un futuro solido. Credevo che avrei realizzato i miei sogni, che sarei finalmente stata indipendente economicamente dai miei genitori, che non avrei piú avuto bisogno di ricorrere ad aiuti e che ce l’avrei fatta da sola con le mie gambe a camminare. E invece no.

Ad aprile saró vecchia di 30 anni. E se nella gioventú dei miei 20 anni riuscivo a sognare e vedere il mio futuro, oggi sono piú miope, non riesco a vedere piú lontano di una settimana.

Vietato ammalarsi

In 4 anni mai un’assenza, mai un giorno malata, mai una vacanza, se non per le feste comandate. Non vado a mare da 3 anni, tutte le estati in Tedeschia a lavorare, una stacanovista penserete, no, anche per una micragnosa lezione non posso assentarmi. E non sto esagerando. Lo scorso anno, a Luglio, decido di prendere l’ennesimo rotolo di cartaigienica, che non si sa mai, dovesse servirmi, è sempre meglio averne una scorta. Cosí mi preparo per superare l’ennesimo esame assurdamente difficile. Da scegliere é solo la sede. In Tedeschia nessun centro di cultura italiano lo organizzava, cosí ero costretta ad andare in Italia, e tra dover scegliere una qualsiasi cittá e pagare l’albergo con i soldi del Monopoli, ho preferito andare a PaleMMo da mamma e papá. Con due mesi di anticipo comunico a una delle tante scuole private di lingua, che mi assenteró per due lezioni. Ora, quando gli alunni disdiscono la lezione, non fa nulla, si sposta e si recupera, se peró mi assento io, si chiama subito un supplente. Va bene. Vado a PaleMMO, manco il tempo di farmi un bagnetto, faccio l’esame e torno su. Al mio ritorno la scuola mi comunica che il mio corso non è piú mio e che lo continua l’altro insegnante. Addio soldini.

Per Natale una mia collega ha fatto un errore: ha deciso di prendersi tempo per se stessa, dopo anni, e di farsi una vacanza. Pazza incosciente. E chiede a me se posso sostituirla in una pseudoscuola micragnosa. Ok, gerne. Il Boss é forse contento di me, o forse solo incazzato con la collega e mi propone, dopo le supplenze, un nuovo corso. Data inzio mercoledí ore 11. Ma leider, dopo un fine settimana a beccarmi freddo mostruoso, dopo 4 anni di perfetta e invidiabile salute, stavolta il mio corpo ha ceduto. Non ce la facevo proprio ad uscire di casa, credo sarei morta aspettando l’ennesimo s-bahn in ritardo. Telefono con un filo di voce, chiedendo scusa, ma no, non ce la faccio proprio, sto veramente male. Non solo mi ha cazziata e non mi ha creduta, ma credo abbia pensato sia stata tutta un’invenzione per punirla per aver “scavalcato” la mia amica-collega. Da lí uno scambio continuo di email, nelle quali affermava che se io non avessi avuto alcun interesse a continuare a insegnare, avrebbe potuto contattare una delle tanti aspiranti a questo ruolo di insegnante-schiava.

Ora, deficente che sei, se io non vengo perché malata, TU non mi paghi, se io sono in vacanza, TU non mi paghi, quindi se IO non vengo è perché sono a letto malata, e non per divertirmi!

Avrei tanto voluto mandarlo a quel paese e dire: cercarti un’altra, il problema é peró che un’altra disperata che vuole insegnare la trova! Eccome se la trova! e quindi per lui non cambierebbe niente, io invece avrei sempre soldini in meno.

Siamo tutti degli squali in questo mestiere, e il problema è che nessuno ti offre un contratto. Vengono pagate solo le ore in cui effettivamente insegni, e non ci viene offerto invece un contratto a corsi, che ci assicuri almeno la retribuizione di un tot di ore giá stabilite. Oggi inizio un corso di 100 ore, ma non é detto che io faccia tutte le 100 ore, quindi non posso programmare o progettare nulla, non é detto che quei soldi siano miei. E se io alzo la testa  edico no, cosí non mi piace, non posso continuare, non cambia nulla, ci sará qualcuno altro ad abbassare la testa e dire, per me va benissimo.

Io mercoledí a lezione ci vado, con o senza febbre e raffreddore, anzi, spero di essere ancora raffreddata e di spargere microbi e virus quá e lá per quelle micragnosa scuola.

Grisù

Quando ero piccola il mio eroe non era Batman, non Superman nè La stella della Senna, bensì Grisù. Questo piccolo draghetto si ribellava a tutto e tutti, contro la famiglia e la sua stessa natura, per realizzare un sogno: divenire pompiere. Oggi credo sia stato diseducativo, perchè per colpa sua mi sono messa nelle corna l’idea di fare qualcosa, di divenire qualcuno e credo che se fossi stata più accondiscendente e non avessi avuto dei sogni, oggi sarei più scema, ma contenta.
In questi giorni di freddo e ghiaccio, di neve divenuta prima fango e poi un’unica lastra di ghiaccio che invade i marciapiedi berlinesi, ho pensato al mio draghetto.
Tra una scivolata e l’altra, tra una nuova lastra di ghiaccio che porc! ieri non c’era, bisogna anche ogni giorno inventarsi percorsi alternativi per evitare le transenne. No, la Berlinale non è ancora iniziata e non è alle transenne che delimitano il redcarpet che mi riferisco. Inizialmente non capivo, credevo che tutti quei pompieri in giro fossero solo dovuti a suicidi di massa da parte dei felini domestici stanchi di questo freddo, o anche di qualche siculo che si è strarotto le scatole di sto freddo, ma tanto abito al primo piano e se mi butto non concludo molto, se non passare qualche giorno al caldo di un ospedale. Poi ho iniziato a capire, ci vuole del tempo con i neuroni che, poverini, anche loro sentono freddo. Le mettine seguenti l’arrivo dei pompieri, per terra, si potevano vedere dei cilindri di ghiaccio, come dei corpi morti, dei cadaveri adagiati sul suolo. Ho iniziato poi a notare, che in alcuni casi, dietro le transenne è affisso un foglio con scritto: pericolo slavine! Io, cresciuta sul mare, non capivo mica, e ho pensato a piccole bambine slave, costrette a restare entro i confini delle transenne. Invece poi ho collegato i vari episodi e indizi e ho capito che: con slavine i crucchi intendono delle stalattiti di ghiaccio che in questi giorni si sono formate sui tetti di ogni edificio, che le transenne invitano le persone a camminare più lontano possibiei dalle facciate di tali edifici, e che i pompieri intervengono per rompere questi blocchi enormi di ghiaccio.
Ho scoperto che Grisù riuscì nel suo intento, e che opera oggi a fianco dei vigili del fuoco di Wuppertal. Spero ce lo prestino in questi giorni, e che con una sua “alitata” possa sciogliere in un soffio tutte le slavine di Berlino. 800px-wuppertal_sonnborn_01

Pollice verde

Davanti all’ingresso di casa mia dovrei affiggere un cartello con su scritto “lasciate ogni speranza voi (vegetali) che entrate“! Io e Zito non abbiamo chiaramente il pollice verde, oppure ci piace torturare ogni pianta che metta piede a casa nostra. La mia prima pianta si chiamava Iris, non che fosse un Iris, né tantomeno assomigliava al dolce fritto ripieno di ricotta (slurp), ma me l’aveva regalata la mia amica Iris e io ho scelto di chiamarla cosí. Si, perché ogni mia pianta ha un nome, viene prima battezzata e poi uccisa, è la procedura classica. A volte per le troppo premure e troppa acqua, a volte perché penso che le abbia innaffiate Zito, e Zito pensa che l’abbia giá fatto io, rimangono mesi e mesi senza nutrimento e muoiono. Iris forse é riuscita a sopravvivere, non lo so: l’ho abbandonata per strada a Lipsia, non riuscendo a portarne il suo peso in treno fino a BeLLino. Lo so sono un mostro, mi sono sentita come quelle bestie che abbandonano i loro cani sull’autostrada, peró forse invece l’abbandono è stato l’unico modo per salvare Iris dalla grinfie mie e di Zito. Se qualcuno, ha raccolto un anno fa un pianta a Querstraße, vi prego di comunicarmi se é viva e di mandarmi una foto per vedere quanto è cresciuta.

Per un periodo abbiamo puntato sulle piante grasse. Quelle, abbiamo pensato, non dovrebbero morire! E invece, povere, potranno pure sopportare il deserto e i climi piú difficili, ma non sopravviveranno mai a noi due. I loro cadaveri si possono oggi contemplare sul nostro balcone. In soggiorno invece  si trovano altre tre piante agonizzanti (Michi la tua ancora resiste, ma non so per quanto).

Una mia amica ieri mi chiese il favore di annaffiare le sue piante durante la sua assenza, chiaramente non conosce il mio passato da giardiniera (che per me é solo un’insalatina sotto’olio). Prese le sue chiavi mi dirigo verso il suo palazzo. La temperatura di ieri era, manco a dirlo, molto al di sotto dello zero. Infilo la chiave nel portone, giro e si spezza. Ma che c…vabbé citofono a qualche bravo crucchino, che aprirá a questa povera terrona infreddolita. Ovviamente di sabato pomeriggio avevano forse tutti di meglio da fare, tra un Bread and Butter e una Fashion Week, i berlinesi ieri non erano in casa, tranne un simpaticone, l’unico che mi ha risposto. Il simpaticone in questione, non ha risposto al citofono ma si é persino affacciato al suo balcone del primo piano, sfidando il gelo. Gli ho detto Entschüldigung, la mia chiave é kaputt, se per favore potrebbe aprirmi il portone. Sará che avevo indosso i guanti, e che quindi non poteva sapere se avessi il pollice verde o meno, sará che ero coperta all’inverosimile e dai vari strati di lana si potevano solo intravedere gli occhi, sará che ha capito subito che ero terrona e forse una temibile assassina, lo stronzo crucco, diffidente fino al midollo, mi ha detto “non la conosco”, si é girato e se n’è andato.

E se invece lo stronzo fosse un angelo mandato a difendere quelle povere piante? O forse era proprio stornzo e basta?

Ad ogni modo credo che le piante, quelle dell’amica, sopravviveranno, lo stronzo no, perché prima o poi dovrá scendere dal quel primo piano, e io sono qui che aspetto…

ma che freddo fa?

E’ controproducente, fa male, devo eliminarlo.  Ogni mattina, non appena riacquisto la capacitá visiva e i neuroni iniziano a riprender vita, accendo il pc. Purtoppo ho Vista, che fará schifino ma ha un sacco di accessori inutili tanto carini, di cui uno che peró devo eliminare, perché dannoso per la mia salute mentale: la stazione metereologica. In un raptus di follia, Zito mi mise nel Desktop le temperature di PaleMMo e di BeLLino, ma forse era estate allora, ed era divertente vedere che le due temperature erano tanto simili. Questo sará peró durato una settimana, un’unica settimana estiva qui in Tedeschia. Da allora le cose sono andate diversamente. A PaleMMo caldo, a BeLLino fresco. Ma fin quando si rimaneva sul “fresco” poteva anche andarmi bene.

Oggi invece queste due stazioni metereologiche, non mi divertono piú: BeLLino -14, PaleMMo 14. In realtá credo che negli ultimi tempi non funzionino piú tanto bene, e che qualcuno si diverta semplicemente a mettere un meno davanti alla temperatura invernale paleMMitana. E questo fa male. Fa male, svegliarsi ancora intiepiditi, e lasciare le lenzuola calde, accendere il pc e sapere che fuori c’è il gelo, e a PaleMMo vanno in giro a maniche corte. Fa ancora piú male quando i paleMMitani ti scrivono o ti dicono che da loro fa freddo, da loro, invece qui…ci teniamo compagnia con i pinguini e gli eschimesi.

Ma forse io mi lascio influenzare troppo dalla temperatura che mi comunica il mio PC, forse in effetti non fa cosí freddo, non puó far cosí freddo se poi vedo come sono vestiti i crucchi.

Io mi vesto cosí: calzamaglia di lana, pantaloni di lana, maglioncino meggero di lana a manica lunga, maglioncino pesante di lana, giubbotto impbottito fin sotto il ginocchio, sciarpa, guanti e cappello di lana, ma rivestiti di pail all’interno, altro paio di calze di lana sopra la calzamaglia, stivali impbottiti. E anche se non siamo ancora a carnevale, io esco perennemente vestita da omino Michelin (qui si pronuncia mikelín).

Lui, cioé il crucco medio, si veste cosí: calzino corto, anche di cotone, scarpa da tennis di tela, stile converse, maglietta a maniche corte di cotone, felpa, e a volte anche un giubbotto pesante, a volte smanicato, a volte una seconda felpa sopra la prima, guanti senza le dita, raramente una sciarpa, cappellino non indispensabile.

Ma non ne sentono freddo? Hanno forse cotenne al posto della normale e liscia pelle, nel mio caso sempre disidratata? Piú li guardo e piú sento freddo, e sto male.

Ma forse è il pc che è in tilt o mi prende in giro. Da domani elimino le due temperature di BeLLino e di PaleMMo.

le borse di nonna Rosa

Quando ero piccola, o fin quando c’era, la nonna passava tutto il pomeriggio a casa mia. Ora non so se allora ne fossimo felici, e se a mio padre non rompesse avere la suocera sempre tra i piedi e se a me non scocciasse dover sloggiare dalla cucina e dover andare in un’altra stanza a fare i compiti. La nonna aveva tre figlie femmine, ma delle tre preferiva passare i pomeriggi con la mia mamma, forse perché le altre non abitavano a PaleMMo, ma mi piace oggi pensare che stava con noi perché la mia mamma era la figlia preferita e che noi fossimo contenti della sua presenza. Forse poi non é nemmeno vero che venisse ogni pomeriggio, ma nei mieri ricordi lei è sempre li, nella nostra cucina, seduta con tutta il suo peso, su una fragile sediolina di legno e vimini.

Mia nonna Rosa era la prima di 4 figlie, sorella di Za Pippina, chiamata da tutte “la grossa” appunto perché primogenito e non solo.

Di mia nonna non ne ricordo il sorriso, difficilmente si puó trovare una foto in cui sorride, mentre invece nelle foto del nonno é sempre ben visibile lo spazio tra i suoi incisivi. Non ricordo le sue carezze, il modo in cui era stata educata e cresciuta non richiedeva certe smancerie, ma so che era buona. Ricordo la sua mole, la sua passione per Dallas, la sua collezione di prodotti Oil of Olaz, immancabile in bagno, e i capelli argentati. Ma i ricordi piú belli sono custoditi nelle sue borse.

La nonna aveva borse enormi, non so se fosse proporzionato all’etá, perché anche oggi mia mamma usa borse grandissime. Mi consentiva sempre di aprirle e di frugarci dentro. Tra un santino di Padre Pio, l’enorme borsellino, una collana bizzarra fatta di palline e una croce (mi hanno poi spiegato che non si indossa) e l’immancabile ventaglio, vi trovavo sempre tante caramelle. Mi permettava di prenderne una, ma solo una. Non era poi tanto facile. Le Rossana venivano scartate subito, le ho sempre detestate, non ho mai capito a che gusto fossero (forse di una bambina , Rossana appunto,che era stata cattiva e che per punirla era stata ridotta in tante caramelle disgustose sparse per il mondo). Tra una Ricola, quelle alla menta o all’anice, preferivo quasi sempre un’elah alla liquirizia e latte. Poi la nonna non é piú venuta il pomeriggio e io non ho piú pensato alle caramelle.

Oggi ci penso. È strano come, quando sei lontano, ti possano mancare le cose piú stupide. Non che qui in Tedeschia non si trovino caramelle, ma per lo piú ci sono le Haribo che faranno pure i Kinder froh und Erwachsen ebenso, ma a me proprio non mi lasciano felice.

Cosí quando vado a PaleMMo la mamma mi fa trovare qualche confenzione di caramelle: quelle agli agrumi, che peró non erano della nonna ma di zio Nicola, le galatine, le Ricola (che si trovano anche qui) etc. L’ultima volta peró mi ha fatto trovare le Elah. Come mi diceva la nonna, ne mangio una, solo una al giorno, il sapore é lo stesso, ma il gusto no. Non c’è lo stesso gusto che  nel cercare in quelle borse enormi e pescare la caramella fortunata.