in una palestra crucca

Contro il parere dei miei fianchetti, che mi hanno chiaramente comunicato che non mi lasceranno mai e poi mai, mi sono iscritta in palestra. È già noto che il mio scopo primario sia quello di divenire modella http://giulia80.blog.kataweb.it/giulietta/2009/03/31/da-grande-voglio-fare-la-modella/, ma non mi sarebbe dispiaciuto fare anche qualche conoscenza, dato che in questa immensa città mi sembra un’impresa ardua. La prima volta che ho deciso di seguire un corso mi sono presentata “ciao sono Giulia” e tutti sono scoppiati a ridere, poi ho capito perchè..non gliene frega molto chi sei, nessuno si presenta, nessuno sa il nome dell’altro. Scusate ma è una setta segreta?

Trovo molto strano il fatto che nessuno ti rivolga la parola, che  non ci si scambia una battuta, una parola tra di noi sudati palestrati. Normalmente se mi faccio la doccia insieme ad un’altra persona, se ne vedo il corpo nudo, poi preferirei conoscere il nome del culetto che ho davanti e magari parlare con il suo proprietario, o no? È da considerare poi che ciò non vale solo per le persone dello stesso sesso, perchè se facciamo la sauna in palestra siamo sia uomini che donne tutti nudini, senza veli.

Strano a dirsi, se conoscete i miei lardominali,  ma anche in Italia andavo in palestra, 3 volte a settimana. Lí ci conoscevamo tutti, si scherzava tra di noi e con l’istruttore e a fine hanno si mangiava il panettone insieme (che poi l’istruttore provvedeva a farci smaltire subito) e in estate andavamo a mangiare la pizza insieme, era proprio una bella atmsofera.

Capito l’andazzo ho capito che mi devo mimetizzare a fare anche io la crucca. Quindi ora quando vado in palestra mi metto le cuffie e ascolto la mia musica, così nessuno si sente in obbligo di dovermi parlare.

Un’altra cosa da brivido è l’effetto che può fare la voce di un tedesco che intima a tanti uomini disposti davanti  a lui cosa fare. Ecco, se credete che questa lingua sia dura, che abbia un suono da comando, evitate di iscrivervi in una palestra crucca.

Per vedere i risultati dei miei sforzi attendo ancora qualche mese, vi aggiornerò, ma intanto i miei fianchi sono sempre lì, affezionati e timorosi di dovermi abbandonare (ma credo non lo faranno mai)

L’ora di religione

Da me sempre considerata come un’ora di catechismo supplementare, decisi di trascorrerla al liceo fuori dalla classe, piuttosto che rimanervi a litigare con i compagni e il prof. Ora che ci penso, credo fosse discriminante non offrire una materia alternativa a chi si asteneva dall’ora di religione. Io la passavo fuori dalla porta, seduta a terra a leggere, o a gironzolare per il complesso scolastico.

Qui in Tedeschia il sistema scolastico è differente in ogni Bundesland, addiruttura in alcuni Länder il ciclo scolastico dura 12 anni, in altri 13 (dubito però fortemente che i secondi siano più duri di comprendonio degli altri). Anche per l’ora di religione non c’è una regole base. In alcuni Länder è materia obbligatoria, in altri si può scegliere di studiare etica in alternativa a questa. E a Berlino? La capitale è un caso a sé, che forse verrà in seguito preso come esempio da alcuni Länder. La materia obbligatoria è qui l’etica, chi vuole studiare religione, dovrà fare un’ora in più a settimana rispetto agli altri compagni. Ovviamente questa priorità dell’etica sulla religione, non stava bene a tutti e pertanto i berlinesi sono stati chiamati la scorsa domenica a votare per cambiare questa regola scolastica, o lasciare tutto così com’è. La città è stata invasa nell’ultimo mese da “Nein” e “Ja”, dove il primo indicava la volontà di lasciare la religione in posizione subordinata rispetto all’etica. Ed è incredibile come dopo 20 anni, la città sia ancora nettamente spaccata in 2. L’ovest ha votato Ja, mentre tutto l’est ha votato nein. Il voto cambia da Bezirk (quartiere) a Bezirk. Sarà un caso, del resto prima di venire ad abitare qui non chiesi in giro quanto membri della chiesa abitano nel mio quartiere, ma secondo voi, abito tra coloro che hanno votato Ja (quindi membri della chiesa) o tra i Nein?

2 Kinder, per favore!

Quando avevo 8 anni, con mio fratellino, mamma, papà e roulotte al seguito andammo in Tedeschia. La mia prima volta nella terra dei crucchi. Ovviamente allora non ero ancora dottoressa in lingue e chiaramente non potevo curarmi di questo idioma astruso e crucco. Una sola parola però riuscivo a capire. La trovavo scritta all’ingresso dei musei, dei castelli da visitare, al cinema etc… La parola in questione, che mi faceva venire l’acquolina in bocca ogni volta che la scorgevo, era KINDER. Certo devo ammettere che fossero un po’ più cari che in Italia, ma pensavo che presi dall’entusiasmo della vacanza, i miei mi comprassero il tanto bramato ovetto di cioccolata. E in effetti papà ci provava sempre e ordinava alla cassa del museo sempre due Kinder,sollevando l’indice e il medio. Forse però la cassiera non capiva bene, che ci volete fare, era crucca, e dava due foglietti, uno a me e uno a mio fratello. Lui non sembrava tanto deluso, io invece si. Puntualmente  si ripeteva la stessa situazione, così come anche in Austria, ma non appena entravo nel castello della mia adorata Sissi, me ne dimenticavo.

Per anni la cosa mi ha lasciata scioccata e ho pensato che i crucchi fossero particolarmente severi con i pampini, o meglio con i pampini stranieri. Si perché i piccolini crucchini venivano lasciati liberi di giocare come volevano, si buttavano a terra, camminavano per strada a piedi scalzi, si facevano il bagnetto nella fontana, mentre invece se io mi buttavo a terra arrivavano i primi rimproveri da mamma, “che ti sporchi tutta, e poi che schifo, chissà quanti cani ci hanno pisciato lì”, se mi bagnavo le mani alla fontana mio papà mi diceva di asciugarmi subito “che poi da grande ti viene l’artrite alle dita”. Insomma i bimbi biondi potevano fare di tutto, anche dividere un gelato col cane, una slurpata io, una tu, e io invece non potevo far nulla. E nemmeno l’ovetto Kinder mi davano!

Per questo motivo scelsi di vivere in Germania, e anche se l’ovetto oggi non me lo danno più perché troppo grande, un giorno lascerò fare ai miei figli ciò che vogliono, magari senza che i nonni lo vengano a sapere.

Feierabend!

Ci sono parole del tedesco, che mi fanno sorridere ogni volta che le leggo o le sento. Tra le mia preferite risulta “Matratzen“, che ovviamente significa materasso; “Kastraten“, indovinate voi cosa significa, un siciliano DOC dovrebbe saperlo; “Prima” che significa qualcosa tipo “figo” e “Selbstverständlich“, che ho impiegato tre anni ad imparare a pronunciare e significa “ovvio”.

Ma la mia preferita in assoluto, che mi mette sempre di buonumore quando la sento è Feierabend. Inesistente in italiano, è costituita da due parti: Feiern significa festeggiare, ma esiste anche come sostantivo( Feier=festa); Abend, più nota anche a chi non conosce il tedesco, significa “sera”. Se dovessi sforzarmi di tradurlo potrei renderlo con “festa serale”, ma non rende. Feierabend è il modo in cui il capo ti invita a concludere la tua giornata lavorativa, e come tra colleghi ci si saluta quando si termina il turno di lavoro. In pratica lasci il luogo di lavoro e tutti ti salutano con “Feierabend”. Io la trovo una cosa bellissima. Cioè i crucchi rimangono seduti a svolgere il loro compito, magari scazzatissimi, ma augurano al proprio collega di divertirsi, di godersi la serata, di fare fistazza e scialarsela (come direbbero i miei isolani).

E mi immagino gli altri crucchi, quello che hanno Feierabend, che si strappano la giacca e la cravatta tipo Kent in Superman, slacciano la cintura e lasciano libero sfogo e spazio alla panza, si mettono più comodi e si recano nel parco più vicino ad arrostire Kastraten e bere birra con gli amici. Oppure iniziano ad attacarsi al cellulare, vedere quali amici sono disponibili e andare tutti a prendere un aperitivo e poi a fare casino in discoteca.

Ma i crucchi non sono i tipi, non fanno mai nulla di “spontan”. Anche per andare a bere un caffè con un amico si mettono d’accordo una settimana prima e se lo segnano nell’agendina. E quindi, forse, il loro Feierabend lo trascorrono soltanto sul loro Matratzen, in attesa della prossima giornata lavorativa. Selbstverständlich!

Anche per Bonetti, Berlino era triste e un pò troppo grande

Tutti la amano, tutti vorrebbero viverci o almeno passarvi una vacanza, da un pò di tempo è diventata “cool”, eppure io di Berlino non ne sono ancora innamorata. Alla piacevole sensazione di vivere al centro dell’Europa, dove tutto sta accadendo, è in continuo divenire, dove i riflettori sono sempre puntati, se ne accompagnano altre negative.

Se già per Dalla era troppo grande, e allora era ancora divisa, immaginate come puó esserlo oggi che non c’è più il muro. Berlino non è grande, è immensa. Tra un Berlinese di Spandau e uno di Köpenick ce n’è uno di Treptow, uno di Neukölln, Kreuzberg, Friedrichshain, Mitte e Charlottenburg. Dire “sono tedesco, di Berlino” non è abbastanza restrittivo, bisogna specificarne il quartiere. Alla fine ognuno è legato al proprio Bezirk, dove vive, fa la spesa, e possibilmente lavora. Ognuno di essi ha il suo centro commerciale, il suo municipio, la sua motorizzazione, la sua chiesa e il suo centro storico. Del resto Berlino è nata proprio dall’unione di questi piccoli comuni. Ció comporta un piccolo inconveniente. Il nome di una strada può essere ripetuto anche tre o più volte all’interno di Berlino. Se venite quindi in vacanza, ricordate bene, oltre l’indirizzo, anche il Bezirk. Se per esempio abitate a Rosenweg, sappiate che ve ne sono appena 15.

L’immensità dell città, la mancanza di un vero e unico centro, rende più difficile creare rapporti e amicizie. Se incontri una persona per caso e ci scambi due piacevoli chiacchere, è possibile che la prossima volta che ne avrai notizia sarà per il suo necrologio, è quindi sempre bene scambiarsi i contatti.

Non è da sottovalutare il problema tempo, cronologico (a quello atmosferico nemmeno ci voglio pensare). Se arrivate all’aereoporto di schönefeld e dovete scendere alla stazione di Zoologischer Garten, vi passerà un’ora. Potreste quindi nel frattempo leggere tutta la guida  turistica su Berlino.

Per il resto, tanto di cappello ai Berlinesi che riescono a far funzionare questa grande cittá, quando invece i miei ex-concittadini nemmeno riescono a far andare avanti una città di soli 660.000 abitanti. Tutto è efficente, tutto funziona e qui i crucchi sono meno crucchi che nel resto della Germania, posso persino dire che sono più aperti.

Forse Dalla dovrebbe tornare ora qui, ora che il gelido inverno è terminato e i tedeschi iniziano ad arrostire e arrostirsi sui prati. Tanto triste, adesso, non sembra.

Professione:tappabuchi

Ho avuto un brutto fine settimana. Capita, a volte, che le cose non vadano proprio per come ci si sarebbe immaginati, e si riflette sui propri passi già compiuti. Capita, a volte, di doversi chiedere se si è percorso il giusto cammino o se si è deviato dal proprio percorso. Ieri Report, andato in onda su rai tre, mi ha dato la conferma che ho fatto bene.

Ho fatto bene a decidere di diventare insegnante, e ho fatto bene a non frequentare la Siss e andar via dall’Italia, perchè tanto di prospettive non se ne vedevano e non se ne vedono nemmeno ora.

Di un argomento si è appena accennato ieri durante la trasmissione, un argomento che però mi sta a cuore: i lettori di italiano inviati dal ministero degli esteri.

In Germania sopravvivo dando qualche lezione sporadica a scuole e università, fungendo talvolta da tappabuchi. Mi è successo proprio un anno fa:all’università di Halle scade il periodo di permanenza di un lettore M.A.E., che deve quindi tornare in patria. La Farnesina non manda però in tempo il nuovo lettore, e nonostante le pressioni dell’università in questione verso l’ambasciata, non si riesce a sepere se e quando arriverà un nuovo incaricato. A semestre già inoltrato, l’università valuta dei curricula e chiede a me e ad un altro collega di svolgere le lezioni presso l’istituto di romanistica. Andavamo a lezione sempre con la paura di trovarci il nuovo lettore, e in quel caso avremmo dovuto riprenderci i nostri libri e sloggiare. E così è successo. A fine semestre mi viene detto che per il successivo non avranno piú bisogno di me, la temuta lettrice era finalmente arrivata.

Ma come si diventa lettori M.A.E.?

Per poter partecipare a questo programma, un ipotetico lettore deve già essere insegnante di ruolo in Italia, essere insegnante di lettere o di lingue e aver sostenuto all’università almeno due esami di italiano. Ovviamente lo stipendio che un lettore percepisce durante i suoi anni all’estero e maggiore rispetto a quello italiano, può raddoppiare o triplicare e a pagare è il contribuente, cioè gli italiani, cioè voi. Quando l’incarico scade, il docente ritorna al quello vecchio, che già svolgeva in Italia.

Io mi ci arrovello la notte: perchè spendere questi soldi per chi ha già un ottimo posto di lavoro e non dare invece questa possibilità a chi non ce l’ha? perchè lo stato spende questi soldi in più se poi si fanno continui tagli alle scuole?

Di lettori di italiano, l’estero ne è giá pieno. Di gente come me che ha frequentato master in didattica dell’italiano, che già padroneggia la lingua straniera del paese, che fa la gavetta da anni, l’estero ne è strapieno. Perchè toglierci la possibilità di fare noi questo lavoro?

Le mie sono domande che hanno avuto risposta una volta che sono andata al consolato in cerca di un sostegno: mi fu chiesto che lavoro svolgessi in Tedeschia e quando dissi che insegno italiano (purtroppo freelance, perchè altre possibilità non me ne vengono date), mi fu suggerito di tornare in Italia, perchè in fin dei conti il mio lavoro non è poi tutto questo granchè. E forse avevano ragione, in Italia avrei magari un favoloso lavoro in un call center ad aspettarmi, qui invece sono alla ricerca del prossimo buco da tappare.