senza mare

Ci ho impiegato 5 anni ad accorgermene, per caritá un pó lentina in effetti, ma forse sarebbe stato meglio se ne me ne fossi mai accorta. Cosí coma a Lipsia, a Berlino non c’è il mare. Che detta cosí sembra una banalitá, una cosa ovvia, che tutti i bambini di prima elementare sanno, peró crucchi, io invece l’ho realizzato solo ora. Che a Palermo ci fosse il mare lo sapevo, che la Sicilia fosse immersa nel Mediterraneo l’ho studiato a scuola quando ricalcavo le cartine con la carta carbone, ma me ne accorgevo ogni volta che volevo scappare dall’isola. Ovunque mi spostassi, fino ai suoi margini, sempre e solo mare intorno. Ma di questa presenza talvolta annegante, non mi ero mai tanto curata, fino domenica scorsa.

Anche qui ogni tanto viene il bel tempo a farci visita, poche volte all’anno, peró quando viene é veramente bello. Ho guardato fuori dalla finestra in cerca di un raggio di sole, e ho realizzato che il sole senza mare, l’estate senza salsedine, gli alberi senza cicale non hanno alcun senso. Ma come si fa ad andare a scuola senza poter aspettare il giorno dell’interrogazione per bigiare e andare in spiaggia per giocare con i compagni e un supersantos? Come si fa a non poter costruire castelli di sabbia, senza la sabbia che si infila tra le dita dei piedi e non puoi infilare le scarpe, senza dover aspettare che si asciughi il costume prima di salire in una macchina incandescente, senza il cocco bello, come? Come si puó vivere senza tutto questo dopo che si é conosciuto? E cosa fanno i ragazzi quando la scuola finisce, dove vanno, come passano le giornate?

E solo dopo 5 anni ho capito che Berlino offre solo un surrogato, i laghi, dove poter forse sentire ancora di piú la mancanza del mare, per contrasto.

Solo dopo 5 anni anni ho capito che a Berlino non c’è il mare

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15 cent al minuto

Dopo una chiave sbagliata giovedí sera e un tour notturno forzato di BeLLino, mi dovevo far perdonare. Per caritá, loro due proprio carini carini, ma io il senso di colpa lo avevo dentro. Doveva pur capitare l’occasione di riparare il danno, ed é capitata. Volo easyjet annullato, in terra straniera crucca, senza sapere che fare, ma con il numero di telefono di Giulietta, che fare? E cosí ricevo la chiamata di due anime in pena, vaganti tra gli imbarchi di Schönefeld: “ci hanno annullato il volo, aiutaci tu.”

Getto uno sguardo all’orologio, l’esperienza, ed Emilia, mi insegnano che dalle 20 puoi perdere tutti i voli che vuoi, te li possono annullare sotto lo sguardo, l’easyjet fa FEIERABEND, al call center e agli sportelli non c’è nessuno. Manca un quarto d’ora all’ora X. Cerco il numero sul sito: non c’è! Cerco Emilia che é piú facile. Emilia mi indica come arrivarci: vai su assistenza, poi in basso a sinistra, poi scrivi call center e cerca tra i vari link. Semplice e logico. Chiamo. Voce crucca preregistrata che mi chiede perché chiamo e di nominare la parola che mi interessa tra quelle tra lei elencate. HILFE, primo scoglio superato; Buchung, vai Giulia hai una pronuncia Hochdeutsch; Buchungstörnierung: ma vaffanculo! “Es tut mir Leid, ich habe Sie leider nicht verstanden” al terzo Vaffanculo e un paio di va scassami a..mi hanno passato l’operatore, crucco. Il codice della prenotazione era sbagliato, warte telefono al tipo interessato: ho scambiato una p per una t, con un orecchio al crucco, con l’altro all’italiano ripeto. Blocco con l’italiano, mi costerá un rene sta chiamata, continuo col crucco che vuole sapere il numero della carta di credito: cazzo non lo so, mi chieda qualcos’altro, giuro che ho studiato. Ce la faccio, ci siamo, il volo viene cambiato con quello dell’indomani mattina. Richiamo l’italiano e lo rassicuro che potrá lasciare la Tedeschia domani mattina. Il telefonista fa Feierabend, l’italiano si godrá un altra serata a BeLLino, Zito pagherá la bolleta del fisso, e io quella del cellulare. E dire che il telefonista carino mi ha detto che questo Umbuchung non costa nulla: Doch, costa costa, 15 cent al minuto.

p.s. Un grazie di cuore va ad Emi, senza la quale tutto ció non avrebbe mai potuto aver luogo

La zucca rossa

Di nonna ne ho avuto una sola. Di quelle che si leggono nelle favole, buone e care, con i capelli candidi e le mani sempre ad impastare e preparare manicaretti. In realtá non so se fosse poi cosí buona come io ricordo, forse no, ma poco importa perché il ricordo che mi ha lasciato é dolce, agrodolce. Come agrodolce é la zucca rossa che preparava e che io iniziai a mangiare solo dopo che se ne fu andata. Ogni tanto, dopo la sua morte,  la mamma la preparava perché faceva bene al cuore e al palato, ma prima di tutto al naso. Solo dopo iniziai a mangiarla anche io, e ad ogni pezzetto do zucca, sentivo un la nonna.

Dopo tanti anni avevo dimenticato questo odore. La mamma é lontana e se prepara la zucca rossa, l’odore non arriva fino alle mie finestre berlinesi. Oggi peró é diverso. Mia suocera ha mandato, tra le tante cose, una bella zucca rossa. Non sapevo quasi che farci e ogni volta che la vedevo sul davanzale della cucina pensavo che fine avrebbe mai fatto. Cosí stasera l’ho tagliata a fette, ho messo dell’olio a scaldare in una padella e l’ho fritta, pezzo per pezzo. Poi ho pulito la padella, ci ho messo due spicchi d’aglio e li ho fatti dorare con l’olio d’oliva, quello buono. Un bicchiere di zucchero e uno d’aceto bianco, in proporzioni uguali ed ecco che sale il vapore, portando quell’odore tanto pungente, tanto da solleticare il naso, far chiudere gli occhi e farli lacrimare. Stasera ho sentito l’odore della nonna. Era lí, lí vicino a me. Adesso é ancora in cucina, lascio la porta aperta affinché entri in ogni stanza, in ogni angolo. Ecco nonna, questa é la mia casa, questa la mia vita. Torna a farmi visita con la prossima zucca, la cucineremo insieme.

Albträume

E dopo i Träume, vengono per contraddizione, gli Albträume. Quelli miei, i piú frequenti, che mi accompagnano fino al lieto risveglio, riguardano i miei anni da liceale. Già allora era un incubo dover alzarmi la mattina e recarmi a scuola, un incubo dal quale non mi potevo svegliare, che sarebbe durato, nelle migliore delle ipotesi, almeno 5 anni. E sono state le ore mattutine dei 5 anni piú brutti della mia vita. Se mi sforzo forse riesco a ricordare qualche momento bello, ma se mi soffermo a pensarci ancora 5 secondi, ecco che quel momento bello si evolve fino a sfociare comunque in un ricordo spiacevole. Se è un’amica il momento bello, ecco che ne consegue la rottura di quel rapporto, e provo un forte senso di delusione e abbandono. Se è stato magari un bel voto, il sentirmi ripagata delle mie fatiche, il momento bello, ecco che viene ripagato dalla insulse chiacchiere dei miei compagni. Il liceo é stato veramente terribile, e stento a credere di esserne uscita viva, incolume no perché certe ferita ancora oggi non cicatrizzano, ma ne sono uscita.

Per i prof. non ero “abbastanza”, per i miei compagni ero invece giá “di troppo”, questo é almeno ció che percepivo nella maggioranza delle situazioni. Per questo motivo mi rifugiavo presso altre classi, altri compagni che credevo fossero amici, ma che erano solamente alunni di papá. Del liceo non mi é rimasto nulla, se non un senso di rabbia.

Ancora oggi, dopo 11 anni la notte mi assalgono gli incubi. La Giulia degli incubi é la Giulia trentenne beLLinese di oggi, ma piú impreparata di allora e con piú paure. Una volta è l’interrogazione di matematica a terrorizzarmi, figuriamoci se in 11 anni riesco a ricordare ancora una singola formula che mi salverá. Un’altra volta é la maturitá a farmi sudare e agitarmi tra le lenzuola. E dire che la prof di matematica é l’unica della quale conservo un piacevole ricordo, di tutte le altre (chissá perché erano quasi tutte donne) non posso dire lo stesso. Nessuna di loro, nessuna, mi ha trasmesso un minimo di conoscenza, che non fosse necessariamente legato alla loro materia, nessuna era in grado, a mio avviso, di trasmettere una minima nozione, una minima conoscenza utile per la vita al di fuori di quell’aula. Tutto si creava e consumava all’interno delle 4 mura, ció che si imparava era fine a sé stesso.

La maturitá fu una liberazione. Mai piú guardarsi indietro, mai piú avrei rimesso piede in quell’edificio, mai piú avrei stretto legami con le persone di quel periodo. Molti dicevano che me ne sarei pentita di aver vissuto cosí male gli anni del liceo, che mi sarei piú volte voltata indietro con malinconia, che all’universitá non mi sarei trovata bene. Invece avevo ragione io, l’universitá fu splendida, se potessi mi ri-iscriverei nella stessa facoltá e rifarei gli stessi studi con gli stessi professori. L’universitá fu la mia medicina. Eppure ogni tanto gli incubi ritornano, non mi lasciano in pace. Chissá chi mi interrogherá stanotte, spero non la prof di Chimica, stavolta gli amminoacidi non li so proprio

träume

È strano come la parola Trauma ricordi molto il crucco Träume (sogni), che in genere rievoca qualcosa di bello, piacevole, forse un desiderio, mentre la parola italiana rievoca tutto il contrario: non un sogno, ma la triste e crudele realtá. E cosí ragionandoci su, oggi mi sono venuti in mente tutti i miei primordiali traumi, le piccole amare veritá che ho scoperto da bambina.

Uno dei primi credo sia stata la privazione del mio vasino rosso con l’albero con le mele. Credo di averlo contemplato ogni volta che avessi finito di usarlo, giusto per capire che rapporto ci fosse tra ció che che avevo inserito nel mio corpicino e quella cosa informe espulsa dallo stesso. Un giorno mamma decise che avrei dovuto usare il gabinetto come i grandi, e allora non c’era il sedile per il culetto dei piccoli che si adattasse su quello dei grandi, e quindi venivamo tutti irrimediabilmente risucchiati dal vortice che si apriva sotto il nostro sederino. Secondo trauma legato a questo evento fu lo scoprire che il “HO FINITO” non avrebbe piú fatto accorrere la mamma a pulirmi. Ogni tanto riprovo a usare le due paroline magiche “HO FINITOOOO” ma non rimane che l’eco nel lungo corridoio, nessuna mamma, nessuna risposta.

Proprio alla mamma é legato uno dei traumi piú profondi: lo scoprire che non solo non si chiamasse mamma, né tantomeno Netta, come tutti in famiglia la chiamavano, ma scoprire che avesse un cognome diverso dal mio. Come un’estranea, una persona che chissá per quale motivo viveva insieme a 3 Camarda.

Altri piccoli traumi si ripetevano poi quotidianamente a scuola, come altrove. Poiché mia mamma non volle che ai piccoli lobi di sua figlia vi fossero appesi dei pendenti sproporzionati per forma e dimensione, non avevo il buco alle orecchie, le quali rimanevano sempre ben in vista causa capelli cortissimi. Insomma venivo scambiata spesso per un maschietto. A 6 anni decisi di far crescere i capelli, da allora tagliati corti solo una volta, e di fare il buco alle orecchie. Fu dolorosissimo, ma ingoiai stoicamente tutto il dolore e tornai a casa con due piccoli fori.

L’ultimo trauma della mia infanzia segna anche l’inizio della pubertá, quando accade ció che non avresti mai voluto accadesse e invece eccolo qui: il ciclo mestruale. Iniziano le prime macchioline, non sei nemmeno uscita dal bagno che giá tutte le zie, nonne e commari, ti fanno gli auguri per essere diventata una “donna”. Da lí poi nascono altri traumi come il seno che si espande a dismisura.

Tutti questi traumi sono peró inevitabili, a me sono serviti per fortificarmi per prepararmi al subire il colpo, a permettere che, nonostante tutti questi e altri traumi, possa comunque continuare a träumen

4 anni

4 anni fa, durante le mie notti al call center, tra uno sbadiglio e una telefonata, senza poter usare la scusa della “pausa sigaretta” per svagarmi 5 minuti, nasceva questo blog. Era l’estate dei mondiali, la mia prima estate da “adulta”, l’estate piú calda e la piú bella che ricordi.

All’inizio il blog era una scusa per rimanere in contatto con gli amici lasciati a Palemmo, ma poi, persi i contatti, é diventato un modo per conoscere, anche se spesso solo “virtualmente” molte persone.

Col primo post ho conosciuto Zito, il primo a lasciare un commento, poi Lucia, incontrata “fisicamente” a Dresda, Emilia a Berlino, e tanti altri: Giangiacomo, 4ngel0, Brix, mamma Pensierini, Giappocrucca, Michela, Bianca che anche se non é bianca per me lo rimarrá per sempre, Micheluzza mia bedda etc.

Il mio nome era Leipzigerin, perché a Lipsia mi sentivo a casa, poi mi sono caricata tutto sulle spalle come una lumachina e ho impiegato quasi un anno ad arrivare a Berlino, ma Leipzigerin sono rimasta sempre, nel cuore e nel nome. Lungo il lungo tragitto fino a Berlino ho conosciuto Ruth, o meglio, ho litigato con Ruth, lei berlinese dentro e io ancora “lipsiana”. Grazie a lei ho iniziato a sentirmi a casa, del resto é anche il suo lavoro.

Ho riso rileggendo i miei post sui crucchi, mai offensivi, mai, anche se a volte non capiti. Ho pianto scrivendo i post sulla Sicilia, su nonna, che essendo mia nonna non poteva che chiamarsi Rosa, sulla mia famiglia e sugli odori, suoni e sapori della mia isola.

Il post é la mia terapia, il mio modo di sentirmi meglio, di sfogarmi. Tutto ció che non riesco a dire a voce, lo scrivo, e credo mi riesca anche meglio. Ogni post é una lettera a mamma a papá,per dirgli che sto bene, e anche se sono a volte un triste, ho ancora la forza di scrivere e voltare pagina. Basta riempire una pagina di lettere e parola, cliccare su “pubblica” e un altro pensiero é volato via.

Buon compleanno blog.