Papà patria e mamma lingua. Vaterland e Muttersprache

Che io a volte proprio non mi spiego perchè il latino non mi abbia mai appassionato,  mentre il tedesco si. Probabilmente una gran colpa ce l’hanno i professori,  già il solo chiamarla “lingua morta”  non fa venire molta voglia di apprenderla. Il tedesco è invece una lingua viva col grande difetto di avere il neutro e i casi come in latino,  ma che a differenza del latino mi appare come una lingua estremamente logica e trasparente.
Se mi fermo un attimo a visualizzare la forma delle parole,  mi rendo conto quante queste siano veramente logiche,  come invece non mi sono mai sembrate nella mia madrelingua. Ecco,  ed è proprio di madrelingua che oggi voglio parlare.
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Minne

Io quando ero piccola le Minne non le avevo.  Ero uguale ad un maschietto, a mare avevo solo la mutandina,  niente bikini,  come invece si usa oggi insegnando alle bimbe ad iniziare a vergognarsi già del proprio corpo,  quando invece avranno tutta la vita per farlo,  perché saranno troppo magre o troppo grasse o con delle cosce enormi o appunto delle minne enormi o forse troppo piccole.  Ai miei tempi non ci si vergognava ancora e io non avevo necessità di coprire parti inesistenti,  perché tanto minne,  ma manco minnuzze,  non ne avevo.
Purtroppo ben troppo presto ho scoperto che le minne c’erano,  eccome,  e tutti i compagnetti di scuola se ne accorsero insieme a me,  diventando così l’attrazione dell’istituto. Ero ancora una bambina quando ho iniziato ad odiare le minne.
Ho iniziato ad indossare maglie e camicie smesse di mio fratello e di mio cugino,  tutte larghe in modo che non si vedesse ciò che c’era sotto. Scegliere un reggiseno è sempre stato un incubo: stringe troppo,  fascia troppo,  i merletti mi prudono,  le tiene troppo i su,  ora troppo in giù. Io con le minne davanti ad uno specchio che cerco di scegliere quale reggiseno comprare e la commessa che continua ad aprire la tendina del camerino per chiedermi come va e passarmi un nuovo modello che tanto non mi starà. Continua a leggere

Esprimi un desiderio

Che poi a me il contratto a tempo indeterminato lo hanno fatto,  solo, che il mio reparto chiude a fine gennaio e siamo al punto di partenza.
Avendo però un contratto a tempo indeterminato la Luftwaffe deve trovarmi un altro impiego all’interno dell’azienda. Così hanno tenuto dei colloqui con ognuno di noi “indeterminati”  facendoci delle proposte che non possiamo rifiutare,  pena la disoccupazione.
Il colloquio è iniziato chiedendomi quali sono i miei desideri, cioè ha detto proprio Wünsche.
E io ci ho pensato su.
Ecco i miei desideri:
Vorrei poter scrivere ed essere pagata per farlo.  Vorrei farlo ovviamente nella mia lingua madre e vorrei parlare agli italiani di questo paese,  di queste città e di aspetti culturali e linguistici,  perché questo mi piace fare. Potrei scrivere per Visit Berlin o per Babbel,  che hanno pure un blog,  o per altri enti che ricoprono questi ambiti.
Vorrei fare un lavoro stimolante,  che mi dia input e possibilità di continuare ad imparare sempre cose nuove,  che non mi faccia annoiare e che possibilmente faccia tutto ciò dal lunedì al venerdì in orari normali. Continua a leggere

Trabbi, l’auto di cartone

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“Quanti operai ci vogliono per costruire una Trabant? “
-” Due,  uno piega,  l’altro incolla”.
Chiamata dagli abitanti della DDR TrabbiGehhilfe (deambulatore),  Rennpappe (cartone da corsa) o semplicemente Pappe (cartone),  la Trabant era ed è ancora oggi l’auto simbolo della DDR.
Nel 1949 nel territorio della Germania Est vi erano solamente due stabilimenti rimasti poco danneggiati dalla guerra,  dove venivano prodotte autovetture: Eisenach in Turingia e Zwickau in Sassonia; la carrozzeria proveniva invece da Dresda. A causa della mancanza di acciaio,  la carrozzeria veniva fatta con un materiale sintetico,  il Duroplast,  che era isolante,  non ossidabile o degradabile. Ero molto leggero e resistente agli urti,  non si piegava,  ma poteva spezzarsi.
In tutto il territorio non vi erano altri centri di produzione.
La mancanza di fabbriche causava una limitata disponibilità di vetture da mettere in vendita e relativi lunghi tempi di attesa.
Per poter entrare in possesso di una Trabant era necessario fare richiesta all’IFA (Industrieverband Fahrzeugbau) che dipendeva direttamente dal ministero dei mezzi agricoli,  macchine e costruzione di veicoli. Era possibile un solo ordine per persona,  si cercava quindi di accorciare i tempi di attesa iscrivendoti più membri della famiglia.  All’inizio degli anni ’70 i tempi di attesa erano di circa 17 anni, non era possibile scegliere il colore o modello,  ma ci si doveva accontentare di ciò che era disponibile. Questo ovviamente non era valido per i membri del partito.
Un modo per evitare questa lunga attesa,  era ordinare la vettura attraverso Genex,  dove era tra l’altro disponibili anche modelli dell’ovest come Fiat Uno,  Renault 9GTL e VW Passat, questo era però possibile solamente se si aveva un parente o un conoscente all’Ovest.
Genex (Geschenkdienst GmbH) era gestito dal ministero degli affari esteri della Germania Est e aveva sede a Berlino est. L’azienda aveva a disposizione un catalogo dal nome “Geschenke in die DDR” (Regali per la DDR),  attraverso il quale cittadini della BRD potevano ordinare dei prodotti pagandoli in D-Mark,  da spedire a parenti che abitavano nella Germania Est. Il 90% dei prodotti in catalogo era di provenienza DDR. Vi si trovavano prodotti alimentari e beni di consumo di ogni genere: mobili,  cosmetici,  abiti e appunto auto. Chi acquistava attraverso Genex non andava incontro ai lunghi tempi di attesa.
La Trabant era anche un ottimo investimento,  perché un’auto usata,  ma in buono stato (i pezzi di ricambio costavano poco),  poteva essere venduta allo stesso prezzo di una nuova, si poteva quindi comprare subito senza registrazione all’IFA.
Dal 1957 si iniziò ad importare auto provenienti dal blocco sovietico: dall’URSS la Moskwitch 402; negli anni ’70 la Skoda dalla Cecoslovacchia; la Dacia dalla Romania e la Fiat Uno dalla Polonia.
I tempi di attesa per comprare un’auto nel’ 87 erano però ancora molto lunghi: per una Trabant Limousine (vi erano diversi modelli) bisognava ancora attendere fino a 14 anni.
Caduto il muro e finita la DDR terminò anche la produzione di Trabant,  ormai anche gli ex cittadini dei nuovi Bundesländer avevano la possibilità di comprare l’auto del popolo più famosa (Volkswagen),  anche se magari non avevano i soldi per farlo.
La Trabant non viene più prodotta,  ma non è difficile vederne per strada,  specialmente a Berlino, dove si organizzano gite turistiche a bordo di una Trabbi.

L’autunno nel 1989

Il 7 ottobre 1989 la DDR festeggiava il suo 40. anniversario, e anche l’ultimo.

Quello del 1989 viene ricordato come l’autunno delle Friedliche Revolution (rivoluzione pacifica) e della Wende (la svolta), segnato dagli eventi che portarono alla caduta del muro di Berlino.

Già nell’estate 1989 l’Ungheria aveva aperto i suoi confini, permettendo ai cittadini DDR di approfittare delle consuete vacanze estive per lasciare definitivamente il loro paese e non tornare più. Degli eventi che interessarono invece l’ambasciata di Praga e dei ca. 6000 cittadini DDR che raggiunsero la Germania Ovest su un treno attraverso il loro vecchio paese, vi ho già raccontato qui.

Durante l’ultimo autunno della DDR un ruolo fondamentale lo svolse Lipsia.

Già dal 1982 la Nikoaikirche, che si trova nel cuore del centro della città, offriva ogni lunedì una preghiera di pace, durante la quale i cittadini potevano scambiare le proprie idee. Il 4 settembre 1989 ebbe luogo la prima Montagsdemo (manifestazione del lunedí). Terminata la consueta preghiera delle 17 i cittadini si riunivano davanti la Nikolaikirche per chiedere Menschenrechte (diritti umani) e Reisefreiheit (libertà di poter viaggiare). Le parole Freiheit (libertà) e Für ein offenes Land mit freien Menschen (per un paese aperto con uomini liberi) erano presenti sugli striscioni dei manifestanti. Non si chiedeva l’unificazione del paese, si chiedeva solo libertà e libere elezioni, la possibilità di viaggiare e diritti umani.

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A me il classico faceva schifo

A me,  quando andavo alle superiori,  il classico mi faceva schifo (e non ditemi “se fossi andata al classico sapresti che a me mi non si dice,  perché lo sanno pure i bimbi delle elementari).
Quando andavo alle superiori vi era inconsciamente una sorta di gerarchia: il gradino più basso era occupato dagli istituti professionali,  l’alberghiero non veniva manco considerata come scuola,  l’industriale era già un gradino più su del ragioneria etc.  Tra i licei l’artistico non si capiva proprio come ci fosse finito,  il linguistico l’ho scoperto solo alla facoltà di lingue quanto fosse inutile,  che ne sapevo più io che le mie colleghe etc. Il classico occupava ovviamente il gradino più alto per importanza,  bellezza,  utilità e arroganza. Quelli del classico ti guardavano sempre dall’alto verso il basso,  loro erano più intelligenti,  con la migliore preparazione e sicuramente più colti di te. Poi anche tra i vari istituti del liceo classico vi erano rivalità,  il Vittorio Emanuele non contava nulla rispetto al Garibaldi e l’Umberto se li mangiava tutti. Odiavo gli “umbertini”,  gli unici a darsi un nome,  per il resto non esistevano “Emanuelini”  o Garibaldini,  oddio questi ultimi si,  ma è un’altra storia.

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