Il sacrificio del porcello

La cosa finora non mi ha mai toccato da vicino, ci ha sempre pensato la mamma, ma adesso è il mio turno. Da un pò di tempo sembra essere scoppiata un’epidemia di matrimoni, io sono l’unica a non esserne colpita direttamente, ma da circa 2 anni mi giungono inviti.

Premetto che l’idea della liste nozze non mi ha mai entusiasmato, non mi piace che mi si imponga cosa devo regalare, senza poi parlare del fatto che gli sposini mettono tra la lista regali assurdi, di prezzi esorbitanti, che nemmeno loro sarebbero mai disposti a spendere, e quindi li proprinano ad amici e parenti. Che se ne faranno mai di un un mestolo e forchettona da 100€? Lo useranno poi realmente? Non so, ho sempre creduto che nella lista ci sono piú cose futili e belle, da esporre a casa della futura sposa pochi giorni prima del matrimonio, che cose relamente utili. Però è anche vero che è preferibile fare una lista piuttosto che ricevere dalla prozia una statua a grandezza naturale della Venere che esce dalla conchiglia, che poi è difficile da nascondere e che se la zietta viene a casa poi la vuole ovviamente vedere in bella mostra. E allora forse l#idea della lista tanto malvagia non è.

C’é però ancora la possibilità del viaggio di nozze. I futuri sposi prenotano il loro viaggio e gli invitati regalano una quota di questo rivolgendosi direttamente all’agenzia viaggi. Ognuno dona quello che vuole e può, senza pensare a figuracce (ma dai posso mai presentarmi solo con 6 forchettine?), e gli sposi ricevono alla fine il viaggio dei loro sogni.

Oggi invece va di moda il “regalo in busta”, che non contiene un semplice bigliettino d’auguri con Lupo Alberto, ma soldini. E già mi incazzo. Ora, io sono disoccupata, per venire al tuo matrimonio devo prendere almeno 2 aerei e se mi va bene spendo circa 300 euro, io più zito, quanto vuoi che ti dia? Ovviamente la futura sposa non si trattiene dal dire quanto le sta costando il vestito, quanto i fiori, il ristorante per persona. Scusa, ma TU ti vuoi sposare e vuoi forse che te lo paghi IO il matrimonio? A me sembra proprio che con il “regalo in busta” mi stia pagando la mia parte di ricevimento, e per fortuna non ho figli, altrimenti dovrei pagare pure la loro di parte.

Un matrimonio costa sicuramente tanto, ma non é imposto da nessuno, se ci tieni puoi farlo senza invitare 300 persone, e senza spendere milioni (di lire) per un vestito che indosserai solo un giorno (che non è detto sia il piú bello) della tua vita.

A fine settembre ho un matrimonio. Biglietto giá prenotato (ovviamente con myair) e porcellino già pieno. Prima di partire lo romperò col martello e riempirò la busta con tutto quello che ho raccolto in questi mesi: monete da 1, 2 e 5 centesimi.

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scene di ordinaria follia a Palermo (ovvero:tutto ciò che qui è normale amministrazione mentre nel resto del mondo è assurdità)

Ci sono cose assurde, che qui a Palermo assumono la forma di normalità e che sono percepite da tutti i palermitani come tali, e che ti accorgi non essere tali solo se emigri.

Avete mai provato a spiegare ad un crucco il concetto di “posteggio in doppia fila”? Non lo capirebbero nemmeno con un disegno. Come faccio allora a spiegare che la macchina si posteggia volutamente in seconda fila quando il posteggio davanti è invece libero? per noi è chiaro, mi posteggio lì perchè altrimenti qualcuno si posteggerebbe dietro di me bloccandomi. Ci conosciamo talmente bene che evitiamo di fotterci fottendo il prossimo palermitano.

Palermo è sul mare. Ma la stragrande maggioranza di palermitani preferisce in estate trasferirsi a circa 100 km dalla città per andare a stare in un loculo, altrimenti detto villino (ma che a volte è veramente un loculo), in una località balneare, che normalmente è lontana dal mare, e che per raggiungerlo bisogna andare in auto. Chiaro no?

In centro si va rigorosamente in auto e si posteggia in un parcheggio pubblico e gratuito pagando il posteggiatore abusivo, che non si sa mai cosa LUI può farti all’auto; altrimenti si posteggia nei parcheggi a pagamento, quelli che funzionano con la scheda tipo “gratta e vinci” pagando oltre la scheda in questione anche l’extracomunitario che te la “offre” senza doverti scomodare e andare a comprarla alla colonnina posta ogni 100 metri.

A Palermo manca l’acqua, ci sono case e quartieri che la ricevono “a singhiozzo” ma ogni brava donnina di casa, specialmente chi abita a pianterreno e ha un balcone o terrazza, pulisce giornalmente buttando “cati” (secchi) d’acqua sul pavimento. Perchè noi siamo puliti “dentro”, si potrebbe pure mangiare sul cesso, ma le grascie (la sporcizia) la buttiamo fuori, per strada, sbattendo i tappeti e ripulendo le tovaglie di briciole sulla testa dell’inquilino che abito sotto di noi. ( In Germania per questo motivo gli inquilini possono anche avvisare la polizia, é successo)

A Palermo molte persone non hanno un lavoro, non ci sono industrie, nè aziende. Ma Luis Vuitton ha allargato i propri locali e la clientela non manca, così come a Tods, Hermes, Furla etc.

Chissà forse è colpa del caldo, del sudore che ti si appiccica addosso a farci fare cose senza senso, perchè perfino i crucchi, quando sono qui, si comportano imitando le abitudini palermitane, cosa che nel loro paese non farebbero mai.

Cittadinanze

Non diventerò mai crucca. E io che mi ero tanto impegnata esercitandomi con le prove dell’esame di ammissione a “cruccolandia”, non potrò mai farvi parte. Per diventare crucco non bisogna necessariamente essere alti, biondi e con gli occhi azzurri, e non è nemmeno necessario andare in giro con calzini bianchi e sandali. E fin qui rientro nei parametri. I criteri per ottenere la cittadinanza sono:

• Otto anni di residenza in Tedeschia (me ne mancano 4, ma credo di riuscire a sopravvivere altri 4 anni almeno)

 • Permesso di soggiorno (non ne ho bisogno grazie all’EU)

 • Conoscenza adeguata della lingua tedesca (vabbé che sarà mai, aggiungo –en alla fine di ogni parola, la mia grammatica è Sturmtruppen)

 • Conoscenza della costituzione tedesca (ach du Scheiße….già con quella italiana andiamo malino..)

 • Garanzia di entrate economiche senza far ricorso a disoccupazione e aiuti sociali

E proprio questo punto mi ha spiazzata. Lo stato crucco mi campa ma non mi vuole tra i suoi cittadini, ma non per questo mi butta fuori.

Da un anno inoltre, per diventare crucco bisogna superare un esame scritto sulla storia e sulla politica del paese. La cosa ha generato qualche critica, dato che in realtà molti tedeschi di nascita non riuscirebbero a superare tale prova, l’ignoranza generale impera.

Vabbè ci metto un balatone (pietra) sopra e mi rassegno ad avere in borsa patente tedesca, carta d’identità palermitana e passaporto dell’ambasciata.

Per diventare italiani, invece, non bisogna superare alcuna prova scritta, io ne proporrei però qualcuna “pratica” che richiede lo sviluppo delle seguenti abilità:

• Saper mangiare gli spaghetti arrotolandoli con la forchetta senza ausilio di cucchiaio e senza averli tagliati prima col coltello (alcuni crucchi lo fanno)

• Indossare i sandali rigorosamente senza calze

• Saper abbinare i colori

• Riuscire a bere un espresso senza allungarlo con acqua o latte, e al bancone del bar (qui bisogna per forza sedersi e aspettare il cameriere che ti porta poi Octopus’water)

• Capire, saperne spiegare il funzionamento e utilizzare quella cosa strana posta normalmente accanto al wc dalla quale esce un getto d’acqua

• Saper cuocere la pasta al dente, senza doverla tirare sulle piastrelle della cucina per sapere se è cotta

Qualora lo stato italiano dovesse accettare tale proposta, mi propongo come “formatrice”. In questo modo forse avrei un lavoro retribuito e non avrei bisogno del sussidio che la Tedeschia generosamente mi offre, così forse tra 4 anni potrei diventare anche io crucca.

Il suono delle cicale

Oggi ho smesso di creder ad una bugia che raccontavo e mi raccontavo da 4 anni. Quando i crucchi mi chiedevano come può una siciliana, abituata al mare e al sole, a trasferirsi qui, ho sempre risposto che tanto il mare è sempre lì, e quando voglio potrò andare a vederlo, a sentirlo. Oggi ho capito che questa è solo una bugia che mi sono inventata per sopravvivere alla lontananza.

Da 2 anni non vado a mare. Lo scorgo solo dal finestrino dell’aereo quando atterro e quando decollo a/da Punta Raisi. Ogni volta gli dico, non ti preoccupare, vengo presto a trovarti e a stare un pò insieme, ma è solo un’illusione, una speranza, una bugia.

Da quando abito qui la mia pelle è sempre seeca, disidratata. Il colorito sembra quello di una persona malata, ho perso colora, luce e vitalità.

Lui mi aspetta sempre, il mare, ma io non posso tornare. Lo scorso anno perchè ho lavorato tanto e non potevo rifiutare quest’occasione, quest’anno perchè non lavoro e lo stato tedesco mi permette di allontanarmi solo 3 settimane l’anno, altrimenti perderei il sussidio di disoccupazione. E il prossimo anno? forse ci sarà un altro impedimento a dividerci.

Sono qui chiusa a casa a studiare e penso che in Sicilia la gente e distesa sulla spiaggia, all’ombra di un ombrellone a riposarsi dalle nuotate e a cullarsi al suono delle cicale. Ma oggi le cicale non emettono alcun suono, perchè io non sono lì per poterle sentire.

com’è cara Venezia

La mia prima volta avrò avuto si e no 7 anni. Di quell’unico giorno nella laguna non ricordo nulla.  Ricordo solo che mamma era incazzata nera perchè dovevamo incontrarci con lo zio e ovviamente non ci siamo beccati. E ricordo anche i topi con le ali che popolano piazza s.Marco.

A Venezia sono tornata solo 18 anni dopo. Stavolta sono rimasta tre lunghe settimane. Ventuno giorni per studiare, perdermi tra le cali, bere spritz e fermarmi in qualche bacaro per mangiare cicchetti. Ventuno giorni per imparare che le vie si chiamano calli, le piazze campi e che a Venezia c’è solo una piazza, quella appunto popolata dai topi con le ali, che vengono nutriti dai copiosi turisti.

A Venezia ho capito che io sarò terrona, ma anche loro parlano un’altra lingua strana, che usare i mezzi di trasporto è un lusso e che finita una rampa di scale per superare un ponte, ce ne sarà sicuramente un’altra dopo 5 metri. A Venezia ho scoperto che noi terroni siamo generosi di doppie e loro ne sono invece avari, quindi se da noi l’acqua della DDoccia esce piú copiosa, la loro misera doCia avrà solo un paio di goCe.

A Venezia ho notato che dopo la generosa pioggia estiva rinfrescante, non si avverte l’odore della terra bagnata, bensì delle fogne a cielo aperto, o dei canali.

A Venezia sono tornata da allora ogni anno, ma questo é il primo anno che non vado.

Venezia è cara, una camera in una pensioncina potrebbe arrivare a costare un rene, quindi piú di due notti non potrei cmq rimanere. MaVenezia è anche cara (lieb) per ciò che ha significato per me.

Per Elena, per ogni cosa che mi ha insegnato, per gli stimoli che mi ha dato.

Ciao Venezia, ciao Elena, chissá, forse il prossimo anno…