Tre giorni a Berlino

Ma ci credete che in tutti questi anni, non ho mai dato dei consigli di cose da vedere a Berlino? Tanti blog di viaggi che dicono spesso le stesse cose (tranne questo che vi consiglio), e io che qui ci abito non ho mai scritto nulla a riguardo? Vedo di rimediare subito.

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Campagna di sensibilizzazione: salva un italiano expat

Voi italiani che abitate nelle vostre case italiane e mangiate i vostri prodotti italiani, non sapete cosa significa vivere all’estero e mangiare piatti spacciati per italiani. L’esempio classico è quello della pasta. Se siete invitati ad un picnic crucco, non mancherà di certo l’insalata di pasta. Che io dico: io non mi sognerei mai di portare uno Schweinshaxe se so che ci sono crucchi tra i commensali, che lo so verrebbe criticato. Ma loro no, osano, non temono critiche. Che io vabbe manco l’assaggio la pasta, che lo so che sarà scotta, però adocchio un’insalata di riso e penso che non puoi sbagliare molto nel cuocere il riso.

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Papà patria e mamma lingua. Vaterland e Muttersprache

Che io a volte proprio non mi spiego perchè il latino non mi abbia mai appassionato,  mentre il tedesco si. Probabilmente una gran colpa ce l’hanno i professori,  già il solo chiamarla “lingua morta”  non fa venire molta voglia di apprenderla. Il tedesco è invece una lingua viva col grande difetto di avere il neutro e i casi come in latino,  ma che a differenza del latino mi appare come una lingua estremamente logica e trasparente.
Se mi fermo un attimo a visualizzare la forma delle parole,  mi rendo conto quante queste siano veramente logiche,  come invece non mi sono mai sembrate nella mia madrelingua. Ecco,  ed è proprio di madrelingua che oggi voglio parlare.
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A me il classico faceva schifo

A me,  quando andavo alle superiori,  il classico mi faceva schifo (e non ditemi “se fossi andata al classico sapresti che a me mi non si dice,  perché lo sanno pure i bimbi delle elementari).
Quando andavo alle superiori vi era inconsciamente una sorta di gerarchia: il gradino più basso era occupato dagli istituti professionali,  l’alberghiero non veniva manco considerata come scuola,  l’industriale era già un gradino più su del ragioneria etc.  Tra i licei l’artistico non si capiva proprio come ci fosse finito,  il linguistico l’ho scoperto solo alla facoltà di lingue quanto fosse inutile,  che ne sapevo più io che le mie colleghe etc. Il classico occupava ovviamente il gradino più alto per importanza,  bellezza,  utilità e arroganza. Quelli del classico ti guardavano sempre dall’alto verso il basso,  loro erano più intelligenti,  con la migliore preparazione e sicuramente più colti di te. Poi anche tra i vari istituti del liceo classico vi erano rivalità,  il Vittorio Emanuele non contava nulla rispetto al Garibaldi e l’Umberto se li mangiava tutti. Odiavo gli “umbertini”,  gli unici a darsi un nome,  per il resto non esistevano “Emanuelini”  o Garibaldini,  oddio questi ultimi si,  ma è un’altra storia.

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Come un’imbecille

Dovendo credere a ciò che affermano i giornali riguardo Eco,  sono un’imbecille (non che ci volesse lui per un’affermazione tale).
“Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino,  senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere,  mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Ora,  io non voglio dare un’enorme delusione ai miei genitori,  ma probabilmente un premio Nobel non lo vincerò mai,  non per questo credo di aver meno diritto di parola rispetto a chi ne ha vinto uno,  che forse solo loro hanno il diritto di esprimersi? Io Dario Fo lo seguo a stento e,  sarà forse la vecchiaia,  mi sembra negli ultimi tempi dica un paio di cazzate.  Però lui ha il Nobel e io no.
Vorrei ricordare che tra i premi Nobel ci furono Kissinger,  Arafat e Obama,  io almeno sono imbecille in piccolo e non a livello mondiale.
Che le chiacchiere al bar non abbiano mai fatto male a nessuno,  ho dei dubbi. Se non sbaglio Hitler pagava da bere all’Hofbräuhaus per venire ascoltato in quelli che furono i suoi primi comizi.
Devo cantarvi Bocca di Rosa per intero? a causa delle chiacchiere delle donne del paese fu messa su un treno e già alla stazione successiva veniva attesa (molta più gente di quando partiva) ,  e non c’era ai tempi alcun gruppo su Facebook “fan di Boccadirosa”,  le voci si spargevano allora come adesso,  solo ora con maggiore facilità.
Prima c’era il bar o la parrucchieria per spargere notizie più o meno vere,  oggi c’è il web. Cambia il mezzo ma il risultato è lo stesso. Sta nell’intelligenza di ognuno di noi distinguere una notizia vera da una bufala e se si usa bene il web si riesce,  senza troppe difficoltà,  a smascherare la bufala. Il web rende il mondo della comunicazione democratico,  perché da il diritto di parola a tutti,  che siano premi Nobel o imbecilli,  anche se uno non esclude l’altro,  un premio Nobel può anche essere un imbecille.
I social network hanno una miriade di difetti,  ma hanno il vantaggio enorme di avvicinare e ridurre le distanze nonché di conoscere altre realtà che altrimenti non avremmo modo di farlo.
Eco sostiene inoltre che per evitare il diffondersi di bufale,  “i giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi”.  Se i giornalisti dediti a queste analisi sono gli stessi che hanno devastato la vita di Maurizio Foglietti,  se sono gli stessi che cercano di intervistare a Catania il padre di Nicole nel giorno della nascita e morte della piccola,  se sono gli stessi che mostrano il corpo della bambina annegata nel mediterraneo assieme a tanti,  troppi altri corpi,  preferisco di no.
Che forse i giornalisti siano in assoluto i detentori della verità?
Riguardo poi i temi imposti ai ragazzi avrei un libro intero da scriverci su.  Vorrei che un giorno,  prima o poi,  qualcuno mi spiegasse perché è così importante sapere scrivere un tema. Io facevo collezione di insufficienze a scuola,  la mia insegnante di lettere stava più tempo fuori dall’aula che dentro,  e uguale se fosse presente o meno,  noi giocavamo a carte. I vari temi su I (pallosissimi) promessi sposi non sono forse di massimo interesse per un quattordicenne,  il quale forse preferirebbe parlare dello scudetto dato a chi non lo so,  o della finale di Amici,  se lo fanno ancora, non lo so.  Il fatto è,  che per me non è tanto importante l’oggetto del tema ma il modo in cui di tale oggetto si parla. E invece no,  a scuola solo temi su Leopardi,  Foscolo e sulla guerra di indipendenza.  Ma voi sareste in grado di scrivere su un qualcosa del quale non ve ne frega nulla?
Quindi Eco,  prima di insegnare agli studenti quali siti di premi Nobel da utilizzare per scrivere un tema,  sarebbe forse il caso di capire,  attraverso i siti,  quali sono gli argomenti di interesse per i ragazzi.
Poi però magari Eco non ha affermato nulla di ciò è io sto qui a parlarne come un’imbecille.