Cosa vi siete persi  (se non avete visto mai Gazebo su rai3)

Non sono una grande appassionata di tv. Vedo ancora le repliche di Friends, guai a chi mi tocca HIMYM (ultima stagione esclusa, che veramente, va…) e poche altre cose, ma potrei stare giorni interi senza vedere la tv.

Da quando abitiamo a Steglitz vediamo pure i primi 3 canali Rai, paghiamo nell’abbonamento alla TV via cavo un paio di euro in più e abbiamo accesso a questo servizio. Abitando in un Altbau  (un edificio costruito prima delle guerre) non ci è consentito mettere parabola, quindi ci accontentiamo così. Ogni tanto vediamo qualche tg italiano, quest’anno qualche fiction su Rai1 che non sono state affatto male e nulla di più. Ma Gazebo da 4 anni è un appuntamento fisso. Non si perdono mai puntate di Gazebo, tranne quando lavoravo la sera alla luftmerda che porcalamiseria nemmeno dal PC potevo seguire la trasmissione che la RAI non trasmette in streaming all’estero (che poi non capisco l’utilità dello streaming in Italia quando basta accendere la tv, mentre invece a noi emigrati, niente). Continua a leggere

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Regole comportamentali per interagire con un operatore di call center

San Silvestro è stato ultimo giorno di lavoro alla Luftwaffe. In questi 15 mesi ho imparato a mie spese cosa significa rispondere al telefono per otto ore al giorno, parlando con clienti più o meno gentili.
Quando ho iniziato a lavorare alla LW (Luftwaffe), mi hanno fatto un corso insegnandomi come usare CRM e come bisogna comportarsi con i clienti al telefono.
Una parte del corso era dedicata al “linguaggio positivo” dove viene insegnato che termini e linguaggio bisogna  usare con i clienti.

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Come un’imbecille

Dovendo credere a ciò che affermano i giornali riguardo Eco,  sono un’imbecille (non che ci volesse lui per un’affermazione tale).
“Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino,  senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere,  mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Ora,  io non voglio dare un’enorme delusione ai miei genitori,  ma probabilmente un premio Nobel non lo vincerò mai,  non per questo credo di aver meno diritto di parola rispetto a chi ne ha vinto uno,  che forse solo loro hanno il diritto di esprimersi? Io Dario Fo lo seguo a stento e,  sarà forse la vecchiaia,  mi sembra negli ultimi tempi dica un paio di cazzate.  Però lui ha il Nobel e io no.
Vorrei ricordare che tra i premi Nobel ci furono Kissinger,  Arafat e Obama,  io almeno sono imbecille in piccolo e non a livello mondiale.
Che le chiacchiere al bar non abbiano mai fatto male a nessuno,  ho dei dubbi. Se non sbaglio Hitler pagava da bere all’Hofbräuhaus per venire ascoltato in quelli che furono i suoi primi comizi.
Devo cantarvi Bocca di Rosa per intero? a causa delle chiacchiere delle donne del paese fu messa su un treno e già alla stazione successiva veniva attesa (molta più gente di quando partiva) ,  e non c’era ai tempi alcun gruppo su Facebook “fan di Boccadirosa”,  le voci si spargevano allora come adesso,  solo ora con maggiore facilità.
Prima c’era il bar o la parrucchieria per spargere notizie più o meno vere,  oggi c’è il web. Cambia il mezzo ma il risultato è lo stesso. Sta nell’intelligenza di ognuno di noi distinguere una notizia vera da una bufala e se si usa bene il web si riesce,  senza troppe difficoltà,  a smascherare la bufala. Il web rende il mondo della comunicazione democratico,  perché da il diritto di parola a tutti,  che siano premi Nobel o imbecilli,  anche se uno non esclude l’altro,  un premio Nobel può anche essere un imbecille.
I social network hanno una miriade di difetti,  ma hanno il vantaggio enorme di avvicinare e ridurre le distanze nonché di conoscere altre realtà che altrimenti non avremmo modo di farlo.
Eco sostiene inoltre che per evitare il diffondersi di bufale,  “i giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi”.  Se i giornalisti dediti a queste analisi sono gli stessi che hanno devastato la vita di Maurizio Foglietti,  se sono gli stessi che cercano di intervistare a Catania il padre di Nicole nel giorno della nascita e morte della piccola,  se sono gli stessi che mostrano il corpo della bambina annegata nel mediterraneo assieme a tanti,  troppi altri corpi,  preferisco di no.
Che forse i giornalisti siano in assoluto i detentori della verità?
Riguardo poi i temi imposti ai ragazzi avrei un libro intero da scriverci su.  Vorrei che un giorno,  prima o poi,  qualcuno mi spiegasse perché è così importante sapere scrivere un tema. Io facevo collezione di insufficienze a scuola,  la mia insegnante di lettere stava più tempo fuori dall’aula che dentro,  e uguale se fosse presente o meno,  noi giocavamo a carte. I vari temi su I (pallosissimi) promessi sposi non sono forse di massimo interesse per un quattordicenne,  il quale forse preferirebbe parlare dello scudetto dato a chi non lo so,  o della finale di Amici,  se lo fanno ancora, non lo so.  Il fatto è,  che per me non è tanto importante l’oggetto del tema ma il modo in cui di tale oggetto si parla. E invece no,  a scuola solo temi su Leopardi,  Foscolo e sulla guerra di indipendenza.  Ma voi sareste in grado di scrivere su un qualcosa del quale non ve ne frega nulla?
Quindi Eco,  prima di insegnare agli studenti quali siti di premi Nobel da utilizzare per scrivere un tema,  sarebbe forse il caso di capire,  attraverso i siti,  quali sono gli argomenti di interesse per i ragazzi.
Poi però magari Eco non ha affermato nulla di ciò è io sto qui a parlarne come un’imbecille.

Di scarpe, scimmiette e la foto ai tempi di instagram

Un tempo le foto erano da posa. Quando non ci si poteva permettere di fotografare ogni pietanza,  ogni paio di scarpe indossate e ogni espressione a culo di gallina,  fare una foto era un’operazione ben ponderata,  studiata e molto impostata.  Le motivazioni erano innanzitutto di natura economica e di spazio;  un rullino conteneva al massimo 36 fotografie,  che non basterebbero a fotografare un intero menù da matrimonio siciliano,  mettiamo pure che ci si porti più rullini,  quanto dovrà costare la stampa? Le fotografie non potevano quindi andare sprecate,  una volta scattate,  si doveva aver la certezza fossero venute bene.  Si doveva inoltre considerare che il primo a vedere le foto sarebbe stato il fotografo di fiducia che già aveva sviluppato le foto del proprio battesimo,  sarebbe quindi stato imbarazzante andare a ritirare un mazzo di foto ritraenti te stessa che ti fotografi la panza davanti uno specchio,  o che mandi baci immaginari a chi? Che poi il fotografo pensa siano per lui e ti consegna le foto ammiccando.
Le fotografie dovevano immortalare un evento da ricordare,  dovevano imprimere sulla carta un ricordo che non finisse per essere dimenticato.  Ai tempi dei nonni si andava ancora nello studio del fotografo per immortalare un matrimonio,  un battesimo,  un fidanzamento già avvenuti. Non vi era nulla di naturale,  volti seri,  senza sorrisi,  molto solenni.
Qualche anno dopo si è iniziato a sorridere nelle foto e se proprio non si trovava alcun motivo per ridere,  il tizio che teneva in mano la macchina fotografica,  che non era più necessariamente un fotografo,  incitava a dire Cheese. Quando si pronuncia infatti “formaggio”  in inglese,  le labbra assumono la forma di un sorriso.
A riguardo sono stati eseguiti però degli studi dalla Nikon e sembrerebbe che la parola più adatta per far sembrare stiamo sorridendo,  sia Ouistiti (pronunciato ui-sti-ti) che in francese dovrebbe significare “scimmietta”,  dico dovrebbe che in francese non sono arrivata ad imparare i nomi degli animali,  so solo Papillon.
La Nikon ha eseguito un vero  studio esaminando diverse foto fatte ad una modella mentre pronunciava 26 parole diverse scelte appositamente da linguisti per la posizione della lingua e labbra. Tra le parole col miglior effetto ci sono:
1. Ouistiti
2. Famiglia
3. Patata (spagnolo)
4. Marmolada (polacco)
5. Zaag eens kaas  (“dici formaggio” in olandese).
Da oggi quindi direte tutti scimmietta.

La scoperta delle fotocamere digitali ha reso in primo luogo illimitato il numero di foto e la possibilità di vedere prima della stampa se fossero venute bene o meno ed eventualmente cancellarle.  Ancora si portavano però dal fotografo per lo sviluppo.
Ad un certo punto si è smesso di svilupparle e alcune,  solo alcune vengono stampate direttamente dai dispositivi messi a disposizione dai vari negozi di elettronica senza tempi di attesa o fotografi che possano prima sbirciare tra le foto.
Poi sono arrivati gli smartphone che sanno fare di tutto,  tranne che un caffè,  e l’applicazione Instagram.
Con Instagram si è diventati più sfacciati,  non si teme più il giudizio del fotografo,  non si vuole più immortalare un evento importante ma lo scopo è solo quello di avere più follower.
Io che ancora non ho nemmeno capito l’uso dei diesis nelle didascalie delle foto,  ho intuito esistano delle categorie su questo social network:
1. Panza allo specchio.  In biancheria intima,  o vestiti,  con la maglietta tirata su,  per fare notare il piattume della panza.  Ne ignoro il motivo.
A questa categoria appartengono anche le gravide che invece fanno a gara a chi ce l’ha più grossa. Per sembrare piatta la mia panza dovrei tirare parecchio in dentro e la faccia mi diventerebbe viola.  Potrei far finta di essere incinta di 4 mesi,  sarei più credibile.
2. Sempre nella categoria  “specchio”  ci sono i culi,  per lo più femminili. Culo rivolto allo specchio,  torsione del busto di 180 gradi in modo che anche la faccia sia rivolta allo specchio.  Che io dico,  sono così contenta di avere il culo in posizione tale da non vederne l’enormità,  perché devo fotografarlo,  girarmi allo specchio per guardarlo e mostrarlo al web intero?  Se potessi ci piazzerei pure le tette sulla schiena,  così mi risparmierei pure questa,  di vista.
3. Feticisti del piede,  o meglio delle scarpe.  Foto con posizioni molto improbabili di piedi indossanti scarpe ti ogni tipo. Chi banalmente in piedi,  si fotografa le scarpe dall’alto,  chi seduto a centro del letto,  con i piedi sulle coperte,  cosa che a me fa schifo, che basta che qualcuno entri in casa con le scarpe già diventò una iena,  figurati se mi sale sul letto con le scarpe per farsi una foto.
4. Colazione-pranzo-cena.  Ci sono quelli che prima di consumare un pasto sentono la necessità di ringraziare Dio che nonostante la fame del mondo,  i terremoti,  le cavallette,  le carestie,  lui ti stia donando questo pasto,  e chi invece prima di mangiare sente l’esigenza di instagrammarlo.  Se appartenete all’una o all’altra categoria non invitatemi mai a mangiare insieme.
5. Cosa mi metto?  nelle varianti: vestiti,  accessori e scarpe sul letto (porcalamiseria le scarpe sul letto no!) oppure tutte vestite e truccate davanti lo specchio prima di uscire.
6. Ascensore,  per chi non avendo uno specchio abbastanza grande in casa,  si fa la foto davanti lo specchio dell’ascensore.
Io fotografo molto poco,  mai me stessa,  in genere per me le foto sono legate ad un viaggio o ad un evento particolare.
Alcune cose preferisco imprimerle nella mente piuttosto che nelle fotografie,  perchè così riesco a ritoccarle,  modificarle e avere alla fine un’immagine migliore della realtà.