Liberi tutti (almeno gli orsi?)

Ormai sono appassionata di Culicchia,  nei miei scaffali occupa un posto di rilievo.

Oggi leggevo in "Liberi tutti, quasi" quanto segue:

Si prende un orso e lo si chiude in una gabbia di ferro, così stretta che lui non può assolutamente muoversi. Gli si lascia libera soltanto una zampa, a cui si taglia l’ultima falange per evitare il rischio di unghiate, in modo che possa cibarsi. Poi gli si infilza un catetere e gli si preleva la bile (…) tutto perchè nella vostra ignoranza credete che abbia poteri curativi. E lui, sconvolto dal dolore, si fa saltare i denti uno dopo l’altro, mordendo le sbarre della sua gabbia. Sai perchè l’orso viene rinchiuso in una gabbi a così stretta, con solo una zampa libera? Per evitare che si suicidi. Ogni orso va tenuto in vita il più a lungo possibile, malgrado le sofferenze, in modo da ricavare più bile e fare più soldi.

Dato che a dire ciò era Anselm, un formichiere nato dalla fantasia dello scrittore, non pensavo fosse vero.

Poi ho curiosato su internet e ho scoperto la triste realtà. E’ una pratica in uso in Cina.

La bile degli Orsi viene venduta nelle loro farmacie.

Mi chiedo chi è più animale: noi umani o loro?

Donne con le palle

Noi donne siamo notevolmente furbe, facciamo credere all’uomo che, a comandare casa sia lui, ma sappiamo benissimo, che in realtà siamo noi a decidere ogni minuzia. Da che camicia indosserà domani tuo marito al pranzo, da con chi passare le feste comandate (ovviamente con la famiglia di lei) a dove mandare i figli a scuola. Ma non lo facciamo in modo così palese, bensì molto velato, facciamo credere al consorte, che in realtà le abbia prese lui certe decisioni, quando invece è stato magistralmente manovrato, prima dalla mamma e ora dalla moglie.

Per carità, non sempre è così, non mi permetto di generalizzare, ci saranno pure le eccezioni.

Questo forse valeva di più un po’ di annetti fa, quando il ruolo della donna era relegato alla vita domestica quindi era logico che si occupasse di tutte le decisioni da prendere all’interno dell’ambito familiare.

Ora siamo affermata (non così tanto forse) anche nell’ambiente lavorativo, oltre le nostre quattro mura. Ci sono donne che comunque per scelta preferiscono mantenere una vita appartata, in famiglia, fuori dagli occhi indiscreti della gente e del mondo. Donne che pensano solo alla propria famiglia e trovano realizzazione in essa.

Una di queste donne, lo so suona strano, è la signora Berlusconi, non la madre di…ma la moglie di.

Già a tutta la mia comprensione per trovarsi accanto tale uomo, povera…probabilmente la sua è un’opera di carità cristiana, ma se così fosse non avrebbe creato altri Berlusconini pronri a dominare il mondo futuro…

Comunque in questi anni di dittatura, non ha mai assunto il ruolo di First Lady alla Hilary Clinton, insomma si è atta i fattacci suoi e ha mandato avanti il marito. Mai una indiscrezione, mai un pettegolezzo. Da brava donna ha cercato di mantenere un’aurea sana all’interno della famiglia. Certo si dice sempre che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna…ma non è questo il caso…

Oggi però la cara, povera signora Berlusconi ha deciso di uscire allo scoperto e come diremmo noi in Sicilia “abbaniare” suo marito. Ma non come faremmo noi affacciandosi dal balcone e urlandogli del cornuto (così lo viene a sapere tutto il quartiere), anche perchè se si affaccia dalla villa di Arcora chi la sentirebbe?, bensì scrivendo una lettera a “La Repubblica”.

Mi dovete credere, mi ha commossa. Una donna costretta a subire continue umiliazioni dal marito (e ci credo…), a subire anche l’onta di apprezzamenti fatti da lui in pubblico ad altre donne…povera!

La signora, (e che signora!) chiede ora pubblicamente le scuse del marito.

Se fosse in politica, la voterei subito!

Mi tenete informata dei risvolti, bitteeeeeee?

Il paese delle meraviglie

I Sex Pistols erano in vetta alle classifiche, i Ramones divennero famosi e alla tv, dopo 14 anni di silenzio, la Rai trasmetteva Mistero buffo del nostro premio nobel Dario Fo.

Io non ero neanche nata, e per me quell’anno, quell’epoca è come se non fosse mai esistita.

Tutti a scuola imparano i nomi dei re di Roma, le crociate e la guerre mondiali, ma di casa nostra, della storia della generazione dei nostri prof non sappiamo nulla. E dire che loro erano lì nel ’77, magari frequentavano proprio l’università e magari scendevano in piazza, ma non ci dicono nulla. Anche mio padre è professore e anche lui era lì.

In realtà nel ’77 era già in servizio per cui ha vissuto tutto come spettatore e non come attore. Non ne parla e se lo fa è un po’ reticente, ma questo è il suo carattere.

Nel ’77 insegnava in una scuola serale a Gallarate. Insegnava ad operai, che tra i libri di scuola tenevano anche “il manifesto” di Marx e che discutevano animatamente di politica. Papà dice che questa esperienza è stata per lui molto formativa, che ha imparato molto dai suoi alunni operai, che ascoltava con interesse le loro argomentazioni.

Finito l’anno scolastico ebbe il trasferimento a Palermo e ritornò nel profondo sud.

Mio fratello mi racconta che spesso la sera rimaneva nel lettone con mamma ad aspettare che papà rincasasse. Andava ad appendere i manifesti del partito per strada. Non so se fosse ancora il ’77, ma mi stupisce pensare a mio padre che di notte appende i manifesti del PCI e che la domenica andasse a distribuire ai compagni il giornale del partito.

Io non c’ero e non so nulla di quel periodo. Ciò che sto imparando lo imparo dalle poche parole di papà e dagli articoli apparsi in questi giorni sul giornale.

Adesso sono in attesa di un pacco contenente il nuovo libro dell’Annunziata su quell’anno.

A tutti però consiglio un altro libro. Non è un saggio e non è un trattato storico, ma un romanzo.

Lo consiglio alla mia generazione per avere anche una vaga idea di cosa sia successo, come si vestivano i ragazzi ai tempi, come era la vita di provincia, cosa si imparava a scuola, che musica si ascoltava; e lo consiglio a tutti gli altri che hanno vissuto quel periodo per riviverlo in quelle pagine.

Inoltre il libro è scritto divinamente bene, è giovanile e fresco: “Il Paese delle Meraviglie” di Giuseppe Culicchia.

Papà non ricorda più il nome della scuola di Gallarate, ma ricorda perfettamente un Murales sulla parete esterna “ITIS Roberto Franceschini”. Dopo quasi 30 anni è tornato a vederlo, sbiadito, ma è ancora lì. Un po’ come la nostra memoria, sbiadita ma sempre presente. E se provassimo a darle una mano di colore?

una splendida giornata

Fuori nevica. La città è tutta bianca, uno spettacolo!

Ho salvato un uomo da morte certa (era scivolato sul ghiaccio e io l’ho preso al volo), quindi mi sono guadagnata un posto in paradiso.

Ho firmato un nuovo contratto per insegnare in una nuova scuola, avrò ben due corsi.

E a voi cosa è successo????

bomboniere

Sabato sera al cinema.

Ogni volta che vado al cinema, mi sembra di essere dentro un film americano, dove si vedono i protagonisti che vanno al cinema, enorme, dove possono scegliere che film vedere e decidere tra le varie opzioni proposte. Dove comprano enormi porzioni di popcorn e di Pepsi e se vogliono le caramelle al distributore. Nei miei sogni di bambina il cinema, aldilà dell’oceano doveva essere così. Nella mia città invece era diverso. Un’unica sala, piccola con poltrone rosse dove sprofondare. Ricordo quando vidi “L’ultimo imperatore”, dovevo essere molto piccola, ricordo che mi addormentai per risvegliarmi solo all’intervallo aspettando lui, l’uomo della mia vita, Il carretto passava e quell’uomo gridava: "Gelati"…

Chiedevo i soldi a papà e tiravo un lungo sospiro sperando non avesse esaurito l’oggetto dei miei desideri. Mi precipitavo verso di lui, cercando di arrivare prima degli altri e timida chiedevo la “bomboniera”, esaurita questa mi sarebbe rimasto il cornetto, che io non volevo, no volevo solo lei. Era il momento più bello del film. Una volta consumate le mie palline di gelato avvolte da un sottile strato di cioccolata che si scioglieva sotto la lingua, potevo ritornare a dormire.

Qui il cinema è come quello dei film. Enorme. Ci sono 7 sale, sono sette film diversi. Ad ogni piano c’è un grande bancone dietro al quale premurosi ragazzi vendono pop corn, pepsi e (essendo in Tedeschia) Brezeln.

Prima che lo spettacolo inizi, dopo un’abbondante mezz’ora di pubblicità, due ragazze entrano in sala, chiedendo se qualcuno vuole ancora acquistare un gelato.

Durante il film non c’è pausa, procede unica tirata e io penso a l’uomo dei miei sogni che non arriva più, mai più. E anche se arrivasse non venderebbe più la mitica bomboniera, no. Perché ad un certo punto degli anni 90, non so chi ha deciso di non vendere più bomboniera, no, ma quei microscopici Magnum che non valgono neanche la metà degli altri.

Per me bomboniera e cinema erano due cose fuse insieme, l’una non esisteva senza l’altra. Il cinema non è più lo stesso senza lei.

Ma non potremmo promuovere una campagna “pro bomboniera”?