La bellezza della carta

Nella lotta tra libri di carta ed e-book,  io sto indubbiamente dalla parte della carta.
Conosco tutte le motivazioni che spingono a comprare gli e-book,  è ecologico,  pratico,  occupa meno spazio e risolve il problema delle librerie che a casa nostra crollano ripetutamente.  Tutti gli argomenti giocano a favore dell’e-Book  ma ci sono cose che un E-book non può fare.
Innanzitutto non ci puoi scrivere sopra. Io non sono mai stata amante degli evidenziatori,  mi hanno anzi sempre disturbato.  Quando studiavo usavo molto la matita sui libri e anche le matite colorate per evidenziare parti per me importanti.  La procedura era sempre una prima lettura accompagnata da sottolineatura a matita,  seguita da una seconda lettura accompagnata, da matita colorata per le parti essenziali di ciò che avevo già segnato,  la matita colorata eseguiva un lavoro di scrematura. Ho poi sempre annotato ai margini delle pagine mie considerazioni personali,  che mi potessero aiutare a fare collegamenti e ricordare.  Sono una di quelle che non impara leggendo e ripetendo,  ma scrivendo.  La scrittura mi aiuta a fissare le idee.  Questo metodo di studio non è applicabile se si usa solo il digitale.
Una persona che sfoglia le pagine di un libro o di una rivista è molto più affascinante di una che usa un e-book.  Se vedo un lettore che sfoglia un libro,  mi chiedo cosa starà leggendo,  se invece gli vedo in mano un tablet penso chissà a che livello di Candy Crush è arrivato,  che per carità pure io ci gioco,  ma non fa molto intellettuale.
Se un libro si rivela una delusione ho tre possibilità: rivenderlo,  donarlo a qualche biblioteca,  metterlo sotto la libreria a mo’ di sostegno che, belli quanto vuoi sei pavimenti in legno,  ma ce ne fosse un bello dritto e regolare!
Con un libro,  specie se non troppo spesso,  posso sventolarmi nei giorni di afa e in assenza di aria condizionata,  tipo, sul regionale che da Palermo va a Cefalù potrebbe salvarti la vita,  in estate.
In generale mi dispiace si stia perdendo l’abitudine alla carta,  all’uso della scrittura a mano.  Se un testo digitato è anonimo,  non trasmette alcun significato che non sia puramente quello semantico,  la grafia rivela lo stato d’animo in cui le parole sono state scritte,  la personalità dello, scrittore.  Un SMS è privo di sentimento,  di un tono,  un biglietto trasmette tutto l’amore,  ansia,  ordine,  richiesta che si cela dietro le parole.
Ricevere una e-mail non suscita le stesse emozioni di una lettera. Lo sanno la finanza e la banca che comunicano sempre per lettera,  conferendo importanza (e cacazzo)  a tutte le loro comunicazioni.
Una e-mail è solo un testo che verrà cestinato dopo, averlo letto per fare spazio ad altro.  Una lettera si conserva tra le cose care,  una cartolina diventa un prezioso segnalibro di un libro appunto,  non di un e-book. Un testo digitale può essere facilmente perso,  una lettera ti seguirà in tutti i traslochi che farai. Vorrei che la gente tornasse a scrivere lettere e inviare foto che non siano solo “in allegato”. Che tornasse nelle cartolerie,  luoghi per me sempre affascinanti,  a comprare penne e carta da lettera.
Io continuo a mandare cartoline anche a gente che non conosco,  a fare abbonamenti a riviste cartacee, comprare libri e far crollare librerie.
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Come la prima volta

Non sono mai riuscita a capire i fanatici  di Berlino,  ancor meno i fanatici di Berlino che pur vivendo qui,  la trovano la città migliore al mondo. Molti invidiano il fatto che io abiti in una città così cool,  però io tutta questa coolagine  proprio non la vedo.  Non la vedo perché in generale Berlino è un richiamo per amanti della musica elettronica,  per gli artisti e i fancazzisti e io non appartengo a nessuna di queste categorie.  Non amo la musica elettronica,  se mi chiedete dove si trova il Berghain  non ne ho idea. Non sono mai stata in una discoteca (non a Berlino) ,  o locale alternativo. Di arte non ne capisco molto,  sono abbastanza ignorante,  devo riconoscere e per me il Tacheles era solo un enorme pisciatoio,  perché era questo l’odore che emanava.  A Berlino si vive con poco e basta un lavoretto da nulla per poter campare e divertirsi un mondo.  Questo era vero qualche anno fa,  e per una famiglia non basta certo un part time per campare.
Quello che io cerco non è il divertimento,  e Berlino ne offre tanto,  ma cerco un lavoro che ci faccia stare sereni e condurre una vita tranquilla e a Berlino di lavoro buono non se ne trova tanto.
Nonostante i mille difetti che trovo in questa città,  Berlino è per me affascinante,  in modo diverso da come la vedono gli altri, solo che a volte me ne dimentico.  Sono così impegnata con la mia vita,  i nostri impegni,  piccoli problemi e preoccupazioni che mi dimentico di Berlino.  Come era quando ancora non c’era la mia vita qui? come era Berlino senza me? come era Berlino la prima volta che l’ho vista?
La prima volta era l’8 marzo 2005. Una mia amica mi chiese di accompagnarla a Lipsia,  a trovare un ragazzo che aveva fatto l’erasmus a Palermo,  aveva pensato a me perché mi ero da poco laureata in tedesco,  ero un po’ giù e avevo una paura fottuta di andare via.  La prima volta che vidi Berlino fu dal bus txl che dall’aeroporto di Tegel ci avrebbe portato a Zoologischer Garten,  da dove avremmo poi preso il regionale per Lipsia.  Allora non c’era ancora l’Hauptbahnhof (stazione centrale)  e molti treni partivano da Zoo. In lontananza riuscì a scorgere la Gedächtniskirche,  questo dente vuoto,  cavo,  lasciato così in ricordo della guerra.
Dopo un paio di giorni tra Lipsia e Halle tornammo a Berlino con Christian per andare a trovare un’altra ragazza che era stata in Erasmus a Palermo.  Posteggiammo nella parte alta del Kudamm e arrivammo a piedi fino al Kadewe.  Li vicino avremmo poi incontrato Regine.
Regine ci portò quella sera ad una party abusivo a Prenzlauer Berg.  Una casa occupata dove organizzavano feste con tanto di cena preparata da cuochi professionisti. Dubito che a Prenzlauer Berg oggi esistano ancora di questi eventi e soprattutto che vi siano ancora appartamenti occupati.
Il giorno dopo andammo a visitare il Reichstag.  berlino

Io mi ero appena laureata in tedesco ed ero emozionata nel riscontrare nella realtà tutto ciò che avevo appreso dai libri.  Mi trovavo dentro l’edificio,  del quale incendio nel febbraio del ’33, cambiò per sempre le sorti della Germania.  Usciti da lì ci incamminammo lungo la strada del 17 giugno, la strada che porta il nome della rivoluzione del 1953, studiata attraverso le parole di Brecht,  giornata poi divenuta festa nazionale nella BRD. Passare sotto la Brandenburger Tor e passeggiare lungo la Unter den Linden, vedere l’imponente ambasciata russa,  passare per Bebelplatz,  dove avvenne il rogo dei libri,  e ammirare l’edificio centrale della Humboldt Universität, PENTAX Image

un sogno per me.

Non riconoscere affatto l’Alexanderplatz di Döblin e meravigliarsi per la bruttezza di questa piazza.

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Quella fu la mia prima volta a Berlino,  ma sono tornata più volte a vederla con gli occhi di una turista o di una neolaureata. Tutte le volte che preferisco prendere l’M48 piuttosto che l’sbahn per andare a Mitte,  e dal piano superiore ammiro le strade, i palazzi,  la città tutta.  Ogni volta scopro un nuovo cantiere e un edificio appena terminato,  non riconoscere Washington Platz ogni volta che ci passo, ritrovarmi davanti un edificio ad Alexanderplatz che sono sicura l’ultima volta non c’era.
Vale la pena ogni tanto vedere le cose come se fosse la prima volta,  per riscoprire ogni volta la bellezza e il fascino delle cose.

Ansia da prestazione

Manca poco più di un mese e già ho l’ansia.  Ieri ho letto qualche informazione per sapere cosa ci aspetta e l’ansia è aumentata.  È che io,  quando devo andare dal medico sto male,  cioè non è che sto male e vado quindi dal medico,  vado dal medico e quindi mi ammalo: cacarella è il sintomo maggiore.  Per fortuna dal medico vado raramente,  ma tra le poche cose che non ti dicono quando sei incinta (non dormirai mai più,  non andrai mai più al cinema a meno che non sia per un cartone,  non potrai mai più fare la cacca da sola etc..) c’è “ti farai un tour tra i pronto soccorso,  ospedali medici della città” . Specialmente il primo anno sei praticamente un mese si l’altro pure,  dal, pediatra.
Le visite mediche da fare sono stabilite dallo stato ed è impossibile dimenticarle,  un libretto apposito ti viene consegnato in ospedale insieme al poppante. Qualora da madre snaturata ti dimenticassi degli appuntamenti le quali scadenze sono già inserite nel libretto in base al giorno di nascita del picciriddu,  ci pensa il Charité a scriverti per ricordarlo. Il Charité sarebbe quasi un policlinico a Berlino.  E se ti dimenticassi lo stesso che ti hanno già ricordato di non dimenticare,  ci pensa lo Jugendamt (l’ufficio dei minori) a ricordartelo ancora una volta.  Dimenticato anche questo penso siano problemi seri.
Le Untersuchungen (controlli) da fare sono 13, dal primo giorno di vita fino ai 17 anni.  Le prime due visite si fanno in ospedale.  Dopo un mese si va invece dal pediatra.  Il primo anno ci sono vari controlli poi una volta all’anno e via via sempre meno.
Le visite del primo anno sono a carattere medico. Si controlla l’udito,  le anche,  il peso e lo sviluppo complessivo del bimbo,  come viene nutrito etc. Io entro già in crisi quando mi dicono di mettere Ciccio sulla bilancia perché è sempre stato sotto sta maledetta curva e ogni volta la pediatra me lo fa notare e mi chiede che gli do a mangiare.
La visita al primo anno serve per vedere che capacità motorie ha acquisito il bambino.  E qui lui è sempre stato bravo.  Sapeva stare in piedi,  riusciva a prendere gli oggetti “a pinzetta”  ed era in grado di sfogliare un libro.
Tra poco più di un mese Ciccio compie due anni e questo significa che si avvicina la Untersuchung 7. Già saremo bocciati alla bilancia,  lo so,  ma il peggio deve venire.  Se la visita precedente mirava a testare le capacità motorie,  questa mira a testare il linguaggio.
Il bambino deve: comprendere almeno 250 (in quale lingua?); sapere dire almeno 10 parole; dire il suo nome (il prossimo lo chiamo Uwe,  giuro).  Deve inoltre saper costruire una torre o tirare un calcio alla palla e io spero non sia come Charlie Brown.

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Cacca,  mamma,  papà,  auto,  nein,  tao tao (ciao ciao),  ciüüü (Tschüss),  Hallo,  non sono 10 parole.
Non ce la faremo.  Verrà bocciato.
Oppure mentirò e dirò che si,  Feuerwehrmann in italiano si dice proprio tatütataaa e Zug si dice tutüüü,  così arriviamo a 10.

Cose e persone insospettabilmente tedesche

La cultura di un paese passa attraverso gli scaffali di un supermercato.  Dai prodotti in offerta non si capiscono solo i gusti,  a volte molto discutibili,  di una popolazione,  ma anche la storia  del paese stesso,  celata dietro un marchio. È chiaro però che uno straniero cerca anche delle certezze che si è portato da casa su quegli scaffali.  E se i prodotti Galbani sono quasi una certezza,  altri si nascondono dietro nomi crucchizzati come Perlana che diventa Perwolle.  O è forse il contrario? Se la nostra versione italocentrica fosse sbagliata? Se non si chiamasse Cameo,  bensí Dr.Oetker???
E se avessero ragione loro?
Le prime volte ridevo pensando fossero scemi a cambiare il nome Cameo in uno crucco,  per renderlo forse più appetibile ad un pubblico tedesco,  poi ho capito che gli scemi siamo noi.
Il Dr. Oetker fu un farmacista che a fine ‘800 fece degli esperimenti per produrre del lievito chimico che fosse a lunga conservazione.  In realtà sembrerebbe non aver inventato nulla di suo,  di certo fu il primo a vendere il prodotto in bustine. Nei primi del’ 900 aprì la sua fabbrica a Bielefeld dove ha ancora sede oggi,  e sviluppò anche la produzione di amidi e di pudding.  Inizialmente i prodotti vennero commercializzati in Italia con lo stesso nome,  dal 1953 cambiò in Cammeo e il nome attuale è stato cambiato nel 1985.
Altro marchio che per me non era tedesco,  forse più americano è l’Adidas. Nel 1920 i due fratelli Dassler iniziarono a casa loro,  la produzione di scarpe per lo sport.  Già nel 1928 le loro  scarpe  vennero indossate nell’atletica leggera alle olimpiadi di Amsterdam.  Otto anni più  tardi Jesse Owens vince la medaglia d’oro a Berlino,  indossando un paio di Dassler.

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I due fratelli Dassler furono membri del NSDAP dal 1933 e verso la fine della guerra nella loro fabbrica venivano prodotti pezzi di carro armato dai prigionieri francesi costretti ai lavori forzati.
Dopo la guerra i due fratelli litigano e fondano ognuno la propria azienda.  Rudolf fonda nel 1948 la Puma,  e Adolf nel ’49 la Adidas,  acronimo creato dal suo soprannome Adi e il cognome Dassler.
Nemmeno Hugo Boss è americano.  L’ azienda fondata nel 1924 produceva esclusivamente abiti da lavoro.  Durante la guerra vestiva invece le SA, SS, Wehrmacht e HJ.
Non chiamatele Miele per favore,  le lavatrici si chiamano Miile (ie in tedesco si pronuncia come se fosse una i più lunga). Il signor Carl Miele (santo subito)  progettò nel 1929 la prima lavatrice e la prima lavastoviglie elettrica in Europa.
La bianca come la neve Nivea,  dal latino Niveus, e con l’accento sulla e,  è di Altona,  Amburgo. Il farmacista Oscar Troplowitz acquistò nel 1890 l’azienda Beiersdorf e nel 1911 crea la prima crema per la pelle a lunga conservazione.  La ricetta è da allora praticamente invariata. Solo dal 1924 il barattolo della crema è blu,  prima era verde e giallo.

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Se tutte queste cose non vi hanno ancora sconvolto,  lo farà di certo l’ultima.
L’ape più  famosa al mondo, Maja,  è tedesca.  Le sue avventure vengono narrate nel 1912 da Waldemar Bonsels. Io devo ancora riprendermi da questa notizia.

Denk Mal! Pensa!

Il tedesco  mi piace (e questo lo avete  già  capito) perché  è  una lingua molto logica,  trasparente.  Questa trasparenza  e immediatezza  del significato  volte si perde nell’Italia,  specie se non si è  studiato latino o si giocava a scopone durante le ore in cui l’insegnante noi latino sarebbe dovuta stare in classe,  come è  successo a me.
Adoro la parola Denkmal,  monumento,  che divisa in due Denk mal è l’imperativo  pensa!
Una parola  non potrebbe  essere più  esplicativa  di questa per indicare  un oggetto  che dovrebbe  richiamare  qualcosa  alla memoria.  E in italiano?  È uguale,  solo che non ce ne accorgiamo.
Lutero  fu il primo ad usare la parola Denkmal come traduzione  del latino Monumentum ,  da monere,  ricordare.
Quindi anche l’italiano monumento ha lo stesso significato  di Denkmal.
Chi non conosce  la Germania  e i tedeschi e per ignoranza  e ottusità sostiene che il nazismo  e la seconda  guerra  mondiale  sia qui un tabù dovrebbe  venire a farsi  un giro a Berlino,  perché  è  vero  che i tedeschi  non ne parlano  volentieri  sorseggiando  una birra,  perché  si sentono  ancora  in colpa  e se ne vergognano,  ma non per questo  hanno  dimenticato e ad ogni angolo della città è  facile  scorgere un Denkmal che ti faccia  denken a cosa è successo.
I monumenti  più  numerosi  si dividono in tre gruppi: Stolpersteine,  Gedenktafeln  e Gedenkstätten.
Le Stolpersteine  sono un progetto  di un artista  berlinese,  Gunter Demnig e hanno la funzione  di ricordare le persone  che durante il nazionalsocialismo sono state perseguitate,  deportati,  uccise o istigate al suicidio.  Sono dei piccolo quadrati di 96×96 mm incastonate nei marciapiedi davanti  l’ingresso  di una casa dove abitava per l’ultima  volta la vittima  prima di essere  portata  via con la forza. L’intento dell’artista è quello di ridare un nome a quelle persone che diventarono solo un numero, di ridare loro dignità e riportarle li dove avevano vissuto: “man stolpert mit den Kopf und mit dem Herzen “, ci si inciampa con la testa e  con il cuore,  da qui il nome di “pietre di inciampo”.
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Nonostante il nobile scopo di queste pietre,  una parte della comunità  ebraica non è  d’accordo e rifiuta questo  progetto. Per alcuni è insopportabile il pensiero di leggere il nome degli ebrei  uccisi,  ancora una volta “calpestati”.  Alcune città appoggiano questo  pensiero  e si sono rifiutate di far porre le Stolpersteine,  per esempio Monaco.
Le Gedenktafeln tipiche di Berlino sono state progettate dal grafico Wieland Schütz per un bando di concorso indetto per festeggiare nel 1987 i 750 anni della  città. Lo scopo è quello di ricordare personalità e istituzioni che hanno avuto rilevante importanza non solo per la città,  ma anche oltre i confini  tedeschi.  Queste  tavole sono di porcellana bianca KPM e riportano una scritta in blu cobalto. Sono poste negli edifici dove ha abitato qualcuno di importante o dove si trovava precedentemente un’istituzione.  Non mancano ovviamente i riferimenti alla guerra.  Nella Gedenktafel a Dahlem,  dove viene ricordato Einstein che lavorò li nel 1914, è  scritto “dopo la presa di potere del nazionalsocialismo, 
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non tornò mai più in Germania da un viaggio negli Stati Uniti”.
Se camminate per strada guardate quindi per terra per vedere dove state inciampando col cuore,  ma guardate anche in alto per vedere se lì ha abitato qualcuno di importante.  Troverete le abitazioni dei fratelli Grimm,  di Robert Koch, Heinrich Mann,  Max Planck,  Kurt Weill e persino Mark Twain,  che tanto  detestava il tedesco.
Le Gedenkstätten sono pure tante,  io ve ne cito solo qualcuna.
“Das war ein Vorspiel nur,  dort wo man Bücher verbrennt,  verbrennt man am Ende auch Menschen”- lì dove si bruciano libri,  alla fine si brucieranno anche uomini. Sono le parole che Heinrich Heine mette in bocca ad Hassan nell’opera Almansor,  commentando il rogo del corano a Granada durante l’Inquisizione.  Queste parole sono incise a Bebelplatz dove ha avuto luogo il rogomdei libri il 10 maggio 1933.
Dove abitavo prima,  a Schöneweide,  si trova il Dokumentationszentrum NS-Zwangsarbeit, un centro di documentazione che ha come sede un vecchio campo di concentramento dove erano reclusi persone ai lavori forzati.  La particolarità è che la maggior parte dei prigionieri erano uomini e donne italiani. Le loro scritte sui muri sono ancora leggibili.
Vi ricordo ancora la Gedenkstätten a Bernauer Straße,  via tristemente famosa perché divisa in due dal muro.  La gente si buttava dalle finestre degli appartamenti per finire nel “lato migliore” della Germania.  Fin quando non iniziarono a murare le finestre partendo dai piani bassi,  e la gente era costretta a gettarsi da sempre più in alto.
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Berlino Ovest non era comunque del tutto libera,  era pur sempre circondata dalla DDR e quando per 13 mesi,  tra il 1948 e il 1949 i cittadini rimasero senza viveri,  furono i Rosinenbomber a gettare su quella metà di città pacchi con cibo. I Rosinenbomber decollavano dall’aeroporto di Tempelhof,  oggi ormai chiuso per scelta dei cittadini e sempre per loro scelta parco pubblico.  Li si trova il monumento al ponte aereo Luftbrückedenkmal che ricorda tutti i nomi dei piloti morti per sfamare Berlino ovest.
Potete trovare una lista delle varie Gedenkstätten sul sito http://www.visitberlin.de,  disponibile anche in italiano.  Oppure fate come me e girate la città in inciampando di continuo sulla storia,  con la testa e col cuore.