calia e semenza

Per fortuna a Berlino ci sono i turchi. Mamma grazie a Dio, o chi per lui, ci so li turchi! E per fortuna sono in tanti, cosí in tanti da avere ricreato qui una loro piccola comunitá, con i loro negozi di abbigliamento e soprattutto di alimentari, per tutte le tasche, a differenza dei negozi italiani che sono innavicinabili. E per fortuna noi terroni e loro turchi condividiamo molti gusti culinari.

Ieri sono rimasta rapita nel vedere un uomo turco indaffarato ad abbrustolire semenza davanti al suo negozio. Stavo camminando e parlando quando l’ho visto, mi sono fermata con gli occhi sgranati ad osservare la semenza che saliva e scendava in questa specie di betoniera portatile. Il tipo ha subito colto l’occasione per offrirmene un pó,per farmi provare questi semi sconosciuti e io avrei tanto voluto dirgli che quei semi di zucca, sono parte della mia terra. Sono elemento essenziale delle tavole natalizie, delle sere davanti alla tv con un ciotola tra le gambe colma di questi semi bianchi e un’altra vacante dove sputare le bucce, e solo due dita libere, pollice e indice, e gli incisivi per aprirli, sgusciarli e mangiarli. Perchè mangiare la semenza é una tecnica che non si insegna, si ha nel DNA. Non é facile aprire il seme nella suá esatta metá, per lungo e contemporaneamente liberarne il contenuto per mangiarlo e sputare fuori la parte inutile, che poi é la parte piú bella del mangiare semenza. Perchè la semenza in realtá di sapore non ne ha molto, ma é un rito, un passatempo, uno scaccia pensieri. Anche in Tedeschia viene usata. Si trova giá sgusciata sulla crosta del pane. Che poi io mi chiedo come diavolo fanno a sgusciare tutti questi semi per condirne l’impasto del pane. Credo che ogni panettiere qui, abbia nel retrobottega una grassa  vecchia sciula, mi vengono in mente le mie prozie, che seduta sulla sua seggiola in vimini, tra le grasse gambe tiene una ciotola con i semi di zucca, li infila tra gli incisivi e sputa via la buccia e mette di lato i semi intonsi per il pane.

Ho rifiutato il gentile invito dell’assaggio e ho chiesto se dentro al suo negozio aveva ancora altre cose, e ne aveva! Aveva la calia, le carrubbe, i pistacchi, le nocciole, il granturco, le arachidi, i fichi secchi (ottimi spaccati a metá e ripieni di noci) e ho comprato. Sono uscita con un sacco di calia e uno di semenza. La semenza per le sere davanti la tv, la calia, proverbialmente ignorante,  per non ascoltare le parole che non voglio e sentire solo lo sgranocchiare, di questo cecio tostato.

Per fortuna ci sono i turchi a farmi ricordare quelle piccole cose che mi mancano e a restituirmi un pezzo dei miei ricordi assieme ad un pó di calia e semenza

VW

I tedeschi la chiamano col diminuitivo” fauve”, come se fosse un’amica dal nome troppo lungo per essere pronunciato, come un’Alessandra viene chiamata Ale. Oggi ci sono passata. Dopo 5 anni é ancora lí, eppure credevo che non ci fosse piú nella mia testa, invece mi é bastato passare dal Ku’damm per ricordare un ricordo da tanto tempo dimenticato.

Ci passammo un almeno un paio d’ore, chissá se Cri e Ire se lo ricordano. Avevamo passato la notte ad Halle nella casa delle bambole dei genitori di Cri e la mattina il padre ci consegnó le chiavi del suo furgone Fauvé per andare a Berlino. Fuori il finestrino nevicava e faceva freddo, nonostante fosse metá marzo, dentro invece l’abitacolo era caldo e i sedili riscaldati. L’atmosfera era di festa. Cri ci mostró come sulle autostrade crucche non esista limite di velocitá e arrivammo a Berlino sparati. Proprio all’ingresso della cittá ci accorgemmo che qualcosa all’auto non andava, ora non ricordo piú cosa, forse la marmitta, e cosí andammo alla prima officina fauvé che abbiamo incontrato, al Ku’daMM.

Nel nostri giubbotti palermitani e primaverili io e Ire tremavamo dal freddo, ci hanno fatto accomodare nella sala d’aspetto degna da Ku’damm (la parte bella della strada)  eci siamo rifocillate di té caldo e caramelle. Credo che alla fine Cri dovette pagare un pó di dindini per l’auto, ma ció non riuscí a rovinare il nostro umore.

Era la mia prima volta a Berlino e le mie prime ore le passai alla Fauvé. In cinque anni sono successe tante cose, sono andata a vivere vicino Cri, in quella cittá che non mi aveva assolutamente conquistata e che oggi rimpiango, e tra le tante vicende mi ero dimenticata della Fauvé. Oggi la sua V e la sua W svettavano alte sui palazzi eleganti del Ku’damm e io mi osno ricordata di allora. Mi sono ricordata di Cri e di quando ero Fatina, chissá se lo sono ancora…

Alla lavagna

Non studio piú francese. Il motivo per cui non lo faccio piú é un’estate o un “essere” non ricordo piú qule dei due, o forse tutti e due.  Anni fa decisi che per migliorare la mia eRRe crucca, avrei dovuto imparare un pó di francese, e cosí coi soldi di papá mi iscrissi ad un corso, anzi AL corso per eccellenza di francese. Ho avuto un’insegnante stramba, ma brava, una bravissima e una stronza. La stronza un giorno ci fece fare un dettato, che giá di per sé, a mio parere non serve a nulla, a meno che non vada a fare la cameriera sulla Senna e mi serve saper prendere le ordinazioni sotto dettatura. Ad ogni modo facciamo sto cavolo di dettato. Da insegnante stronza che didatticamente non ci capisce una mazza di insegnamento, ci chiama poi alla lavagna a scrivere ciascuno la sua bella frasetta. Alzatisi tutti i miei compagni, che non si sono ribellati a questa situazione assurda, non mi andava di fare il porcellino della fattoria degli animali e stoicamente ed eroicamente mi sono alzata io. Ovviamente nella frase bianca scritta sulla lavagna nera c’era un orrore. Ok stronza, dimmi dove diavolo ho sbagliato e facciamola finita. Troppo facile, da brava scolaretta di 26 anni, devo capire da sola dove diavolo sta sto orrore e magari prima che finisca l’ora perché magari mi costringe a stare qui tutta la notte, la stronza. Niente, il nero della lavagna é fisso nei miei occhi, nelle mie tempie, nel mio cervello. Io l’errore non lo vedo. Tutta colpa di un accento, direbbe Gianni, perché per colpa sua un tale di Santiá pensava di essere alla meta invece era a metá, e per colpa di un accento su eté o èté io smisi di studiare francese. Ancora oggi non capisco la differenza tra gli accenti e potrete spiegarmleo tremila volte, io la differenza tra aperta o chiusa non la sento, sono terrona, ma aperta al mondo, perché il mondo e i francesi non sono aperti a me?

Ma quante volte la lavagna é stata incubo, il peggiore di noi alunni e il cancellino la nostra salvezza che spazzava tutto via lasciando solo le sue tracce sulle zozze mani dell’insegnante malefico? Per non parlare poi quando ci si finiva in punizione dietro la lavagna, e se questa era appesa al muro la cosa si complicava. Le nostre menti non erano nere lavagne sulle quali scrivere bianchi pensieri, noi i pensieri ce li avevamo giá dentro, e non li potevi cancellare via. Il cancellino quindi lo usavamo per altri scopi, per marcare il territorio o meglio lo scemo della classe, in modo che fosse chiaro a tutto l’istituto chi fosse il secchione, o il fesso della situazione. Ce lo tiravamo con tutta la violenza che avevamo in corpo, spargendo nell’aria la polvere finissima biancha, che la lavi e la rilavi, ma ti rimane appiccicata alla pelle.

Ecco oggi pensavo a tutto ció mentre scrivevo alla lavagna. Oggi sono io l’insegnante, spero non troppo stronza, e ho sentito la mancanza del cancellino o comunque si chiami nel resto d’Italia. In Tedeschia il cancellino non esiste. I Crucchi non lasciano nessuna prova delle loro parole, dei loro penseri. Con una spugna puliscono tutto a fondo, non lasciando il minimo finissimo granello di gesso. E riscriverci sopra é impresa piú difficile di imprimere una frase, la lavagna umida rimane impermeabile alle parole.

Alla fine della lezione non rimarrá una sola parola italiana superstite su quella lavagna crucca: infilo la spugna nel secchio sporco di gesso e di parole altrui, tiro fuori la mano e lavo via tutto.

noch einmal

Ho sempre pensato che un cantautore non potrá per tutto il resto della sua vita comporre canzoni, che arriverá ad un punto in cui avrá scritto tutta la musica e le parole che avrebbe potuto scrivere e che alla fine si sarebbe inequivocabilemtne ripetuto o perso qualcosa in qualitá. Perché altrimenti di De Gregori e Dalla amo solo le vecchie canzoni, mentre arrivati ad un certo anno di publbicazione, non li posso ascoltare?

Stessa cosa dicasi per gli scrittori. Hanno esordito con grandi Romanzi, hano tenuto il passo per altre tre, quattro opere e poi si sono autoscopiazzati o caduti di tono, ma devono cmq pubblicare perché l’editore lo esige. Me ne verrebbero tanti di esempio…ma non sarebbe giusto menzionarli qui.

Forse anche io mi ripeto, ma dato che non sono né cantautrice, né scrittrice e tendente all’Alzehimer, ne ho piú diritto di loro.

In questi giorni mi capita di rispondere, devo ammettere molto volentieri, a richieste di aiuto o consigli di connazionali immigrati a BeLLino. La maggior parte delle voci che si rivolgono a me, sono peró disperate o spaventate. Allora ragazzi ancora una volta:

1. Chi vi racconta che a Berlino si vive bene, che si trova lavoro con estrema facilitá, o non ha la minima idea di cosa vi stia dicendo, o vi prende per il culo. A Berlino, come in qualsiasi altra cittá, si vive bene se hai un lavoro che ti consenta di vivere bene. E qui abbiamo il primo scoglio: a Berlino, lavoro non se ne trova. Leggete pure, informatevi prima di venire e non ascoltate solo “voci”. Guardate gli articoli dei quotidiani che on fanno che parlare dell’incremento della disoccupazione nella capitale, del debito pubblico che ha raggiunto ormai livelli assurdi. Leggete sui siti dell’arbeitsamt le statistiche sulla disoccupazione in tutta la Germania, e scoprirete che Berlino è messa abbastanza malino.

2. L’inglese che avete imparato a scuola, ma nemmeno quello oxfordiano non vi basta per sopravvivere qui. Non tutti parlano inglese, vi sfido a fare la registrazione al comune in inglese e a compilare il formulario che vi viene posto. Inoltre: per qualsiasi lavoro vogliate fare, che sia cameriere o lavapiatti, dovete saper parlare tedesco. Non pensate, vabbé ma io lavorerei in un ristorante italiano, perché meraviglia delle meraviglie, i clienti sono non sempre italiani ma anche crucchi! e se non distinguete una Gabel da un Löffel, avrete dei seri problemi. In Germania, per chi non lo sapesse, si parla tedesco e a prescindere dal lavoro o meno, se volete integrarvi e essere indipendenti, dovete imparare il tedesco. Questo è sicuramente il primo passo da compiere una volta arrivati qui (se non lo avete giá studiato).

3. L’assistenza sanitaria NON è gratuita! Per i primi 6 mesi, se non siete iscritti all’AIRE, potrete usufruire del tesserino europeo, ma solo per i casi di necessitá. Se avete un lavoro come dipendente, allora non avete problemi, se siete Freelance, dovete fare quella privata.

4. Il Jobcenter é una gran cosa, gli aiuti sociali sono ottimi, ma non credete di arrivare dal nulla, senza un lavoro e senza aver mai lavorato qui e di poter ciononostante usufruire dei sussidi, non funziona cosí.

5.Cercate di stare con tedeschi, non cercate sempre e solo la compagnia di un italiano, non vi aiuterá a migliorare la lingua e nemmeno ad integrarvi

6. La Germania é grande e bella, perché pensate sempre e solo a Berlino? Cercate in cittá anche più a “misura d’uomo” o dove magari ci sia piú lavoro, e poi se volete spostatevi nella capitale, ma iniziare da zero in una cittá cosí grande, almeno per me, è difficile.

Se solo le persone smettessero di raccontare favole su Berlino, o fosse un pó piú oggettivo, non ci sarebbero tanti ragazzi delusi da aspettattive troppo allettanti Ma forse é piú facile viverci in questa favola, che continuiamo  a raccontarci per paura di svegliarci

uguale a loro

C’era un tempo in cui non uscivo di casa se non ero vestita in modo “decente”. Le scapre abbinate con la borsa, gonna o vestitino, gioielli, un filo, ma giusto un filo di trucco, capelli ben sistemati, quasi mai raccolti, ma lasciati sciolti, liberi di svolazzare, o adornati solo di qualche fiore o nastro colorato. Ció non significa che avessi gioielli preziosi, potevano anche essere di legno, o vestiti griffati, né tantomeno che barcollassi sui tacchi, anche perché non mi sono mai piaciuti, mi piace camminare raso-terra. Ma il tutto era, almeno spero e credo, ben armonizzato e sopratutto COLORATO.

Poi sono arrivata qui. Da allora l’armadio é stato diviso in due parti: cose da mettere solo in Tedeschia e cosa da poter portare quando si va in Italia. In effetti avevo iniziato a comprare cose piú comode che belle, tanto avevo capito che qui l’unica a notare la bellezza dei vestiti e la combinazione delle stoffe e dei colori, ero  io. Ogni volta che compravo qualcosa di orrendo, ma veramente orrendo, tipo le scarpe per la neve, pensavo: vabbé tanto non me le vede nesuno che ne capisca qualcosa, e i crucchi nemmeno ci faranno caso. E con questa scusa ne ho comprate parecchie, di cose orrende.

Pian piano le cose da mettere solo qui sono cresciute di numero, e quelle da mettere anche in Italia sono diventate vecchie e mai rimpiazzate.

Oggi mi sono resa conto che da oltre 2 mesi indosso sempre jeans, con calzamaglia di lana sotto,  e scarponi o stivali per la neve. Che i capelli sono sempre ammaccati dai berretti che infilo con forza fino a coprire il mento, che il mio collo non é piú adornato da collane, ma solo da pesanti sciarpe. Le dita non sono piú smaltate, ma ricoperte perennemente da guanti, le labbra sono asciutte, screpolate e sempre imbrattate di burro cacao. Insomma mi sto sempre piú mimetizzando e diventando sempre piú simile a loro. Ho anche almeno 2 paia di Birkenstock. Che la prossima estate le indossi con le calze?

Ora mi incazzo

Sono stata terrona  in Italia, sono italiana mafiosa e straniera all’estero. Per questo motivo cerco di farmi notare il meno possibile, cerco di esere un cittadino modello, pago perfino il canone della TV e le multe che tanto non ci arriveranno mai perché la targa é ancora italiana. Pago le tasse, dichiaro tutto, anche le lezioni private peró quando vengo etichettata come “straniera che viene qui per usufruire del sussidio di disoccupazione e degli aiuti sociali” mi girano. Con calma spiego all’ennesimo impiegato statale diffidente che sono una straniera si, ma una straniera modello, che pago perfino il canone della TV, pago le multe etc…

I crucchi devo peró dire hanno un gran cuore, alcuni sono stronzi, ma per fortuna sono in pochi. I crucchi hanno fatto un madornale errore nella loro storia e ne pagano ogni giorno le conseguenze. Nessuno puó alzare la voce contro uno straniero, nessuno puó manifestarsi razzista, perché la pagherebbe cara e verrebbe additato da tutta la societá tedesca. E di questo, forse in molti se ne approfittano. Fiumane di stranieri vengono qui perché sanno che sono ben accolti, che lo stato, se é il caso, li aiuta, gli paga il sussidio etc…

Ora, io mi incazzo, ma veramente mi incazzo, quando gli stranieri, o in particolare gli italiani che vivono qui, si lamentano dei crucchi. Che sono freddi, che sono razzisti, che non stringono amicizie etc..la domanda nasce spontanea: allora perché vivi qui? perché non tornare in Italia dove lo stato non ti da il minimo d’aiuto se sei in difficoltá e dove sei cmq terrone se abiti al nord? Peró noi non siamo razzisti, e abbiamo taaaaaaanti amici e siamo molto calorosi.

Ma mi incazzo ancora di piú quando gli italiani dicono che si, la Germania é bella ma ci sono troppi stranieri, in particolare turchi. Allora belli, ascoltate: anche VOI siete STRANIERI ed é grazie ai turchi immigrati qui che vi mangiate il bel panino col kepap! Ma esistono ancora i confini? si puó parlare di nazionalitá? devo essere per forza italiana o siciliana o tedesca?

Mi chiamo Giulia sono di Palermo, e abito a Berlino. Questo dovrebbe bastare.