munnizza

A Palermo si butta a qualsiasi orario. Nonostante ci sia scritto a grandi caratteri quando ci si deve sbarazzare del puzzolente e scomodo ospite, noi palermitani la “scendiamo” a qualsiasi ora del giorno e della notte, preferibilmente la notte, in incognito, per liberarci di oggetti piú ingombranti, tipo materassi e mobili di cucina. Qui ogni palazzo ha i suoi contenitori, chiusi da un recinto con serratura di cui solo i condomini hanno la chiave. I contenitori marrone sono per i rifiuti biodegradabili, quelli blu per carta e cartone, quelli per il vetro sono di tre colori diversi in base al colore del vetro, quelli verdi per il resto dei rifiuti e quelli gialli..appena lo capisco ve lo dico, io comunque da brava italiana butto quasi tutto nel contenitore verde, tranne la carta. Ogni paese la sua spazzatura e la sua raccolta. A Castelbuono, provincia di Palermo, sono tre femmine a compiere il lavoro di raccolta rifiuti. Cosima, Valentina e Rondine, che ogni giorno si arrampicano sulle loro gambette verso le strette stradine, prendendosi carico del pesante sacco, senza mancare mai un giorno al loro impiego, senza lamenti, magari qualche raglio tra un passo e l´altro. Le tre asine sono costate ciascuna circa 1.200 euro, contro i 30 mila di un autocompattatore.Da quando hanno preso servizio, dallo scorso febbraio, hanno raccolto circa 140.000 chili in piú rispetto allo stesso periodo dell´anno precedente, quando si usavano ancora i rimedi usuali.Trovo l´iniziativa del piccolo comune molto carina, ma chissà se gli abitanti non storcono il naso davanti ai piccoli eventuali ricordini lasciati dalle asine, come testimonianza del loro passaggio.

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La vera storia di…

Era solo un bambino, quando rimase orfano del padre. La madre lo costringeva  a stare i pomeriggi davanti la porta di casa, sul cortile, ad aiutarla nel suo lavoro. La donna era nota per le sue doti culinarie, e sapeva preparare uno sfincione invidiato da ogni fornaio. La ricetta era segreta, e astutamente si astenne dall´andarla a riferire ad altre persone, cosicché era l´unica persona a produrre e infornare prelibato sfincione. Nei pomeriggi di calura, quando il sole e il forno rendevano irrespirabile l´aria di casa, i due mettevano il grande tavolo del soggiorno sul cortile, dove la madre, sporca di farina, si piegava a lavorare la massa informe. In quei pomeriggi peró, il nostro bambino,non riusciva a distogliere lo sguardo dagli altri coetanei che si affaticavano e sudavano rincorrendo un pallone. La madre non glielo avrebbe mai permesso, sudare, ammalarsi, essere anche lui strappato dalla vita e lasciare la povera donna del tutto sola, era un lusso che non potevano permettersi, qualcuno doveva pur portare una pagnotta a casa. E cosí mentre versava l´acqua sull´impasto e seguiva diligentemente il lavoro della madre, ogni tanto i suoi occhi volgevano lo sguardo verso l´oggetto sferico, e se non erano gli occhi a seguire il gioco, le orecchie erano piene dei “passa” e degli strilli di gioia che seguivano ad un gol. La mattina consegnava presso i vari fornai il lavoro finito del giorno precedente, e il pomeriggio  aiutava la povera madre, fin quando anche questa si spense. Quella fu la fine dei pomeriggi sul cortile e l´inizio dei giorni chiuso in casa. Ormai divenuto uomo, seguiva comunque il gioco con le orecchie, e dentro si rodeva e si consumava corrotto dal tarlo dell´invidia. Lui non aveva mai potuto giocare. Come sempre, capitava che il pallone finisse presso luoghi verso cui non era destinato, dall´altro lato della strada, nel balcone di qualche inquilino, ma se si poteva, si evitava in ogni modo di mandarlo verso la casa di quello scorbutico orco. Si perché ad ogni pallone finito nel proprio territorio minacciava “chi fa u tagghiamu stu palluni?” minaccia che veniva sempre avverata. In realtà, se uno di quei bambini sudati si fosse addentrato verso la casa dell´orco cattivo, si sarebbe accorto che i palloni non venivano tagliati, ma conservati come trofei. Il povero uomo, che un orco non era affatto, conservava gli oggetti sferici con cura. Dato che da piccolo non ne aveva mai posseduto uno, ora poteva ammirarli in ogni momento. Quasi ogni giorno si udiva per il cortile “chi fa u tagghiamu stu palluni?”, e quasi ogni giorno un pallone scompariva. Fin quando il piú piccolo e indifeso della combriccola, usato solo come raccattapalle, fu inviato dai perfidi compagnetti ad andare a recuperare il pallone finito nelle mani dell´orco, con la promessa che, se avesse recuperato la palla, avrebbe finalmente potuto giocare con loro. Allettato dall´idea di poter giocare, il piccolo si avventurò nella casa dell´orco, il quale, non si era nemmeno accorto che un bambino era alle sue spalle con la bocca spalancata  dalla sorpresa . Quando avvertì la presenza estranea si voltó e il bimbo si rivolse a lui, senza paura, chiedendogli se gentilmente poteva restituirgli uno di quei trofei . Il povero uomo pensó alla sua infanzia rubata e mosso da pietá disse, “puoi avere tutti i palloni se vuoi, io non so piú che farmene”.Il bambino tornó dai compagni, i quali lo accolsero come un eroe. Il vecchio, invece, iniziò a riflettere sulla propria vita, sul senso che essa aveva: nessuno. Era solo, non aveva un amico e le persone che gli passano accanto torcevano la bocca in senso di disgusto, se non paura a volte. Capí di dover far qualcosa per poter rimediare al vuoto della sua vita, ma non sapeva come. Non aveva molte doti, tranne due: sapeva urlare e aveva imparato dalla madre la ricetta segreta dello sfincione. Quella stessa notte iniziò ad impastare e il mattino successivo comprò dal primo concessionario piaggio una “lapa”.Da allora non ha mai finito di aggirarsi per le strade di Palermo ad urlare “Ora u sfuinavu” e di essere accolto tra urla di gioia di uomini, donne e bambini, i quali fecero in fretta a dimenticare il passato oscuro dello sfincinaro. Da allora nessun pallone fu piú minacciato di essere squartato.

la cittá dei miopi

La gita della domenica ci porta nella vicina e bellissima Turingia. Indecisi sulla destinazione ha vinto la mia cultura universitaria e da brava studentessa di lingua e letteratura tedesca, compio il mio pellegrinaggio verso la mecca del romanticismo, lí dove tutto iniziò: a Jena.Passati un paio di paesini stile Heidi allucinata che vede monti sorridenti e caprette salutanti, arriviamo a destinazione. Schillerstraße, Goethestraße, Schilleruniversität e vari Novalis e Schlegel che ricoprono le scritte della cittá. Tutto ció non mi stupisce, era prevedibile. La cosa che ci lascia un pó perplessi é la presenza massiccia di ottici e persino un Optikmuseum. La cittá deserta e le vetrine spaventose dei negozi di abbigliamento ci fanno pensare che forse la cittá é abitata oggi da cechi o comunque da miopi e presbiti. L´ultimo indizio, quello delle vetrine, é peró poco affidabile..del resto siamo in Germania!Al ristorante va tutto liscio. I piatti sono ben presentati e i Kloß gustosissimi, il cuoco non poteva essere cieco.Il dubbio ci assale. Perché questa ossessione per gli occhiali, le lenti e gli ottici?Pervasi dal dubbio torniamo a casa e accendiamo il PC. Scopriamo cosí che la maggiore fonte di guadagno della cittá sono le famosissime e costosissime lenti Zeiss, dell´omonimo inventore, nato e cresciuto, guarda un pó, a Jena.

Jena: romanticismo e lenti. Se l´uomo della sabbia di Hoffmann privava i bambini dei loro occhi, Zeiss donava loro la vista.

con la valigia di cartone (anzi no)

Siamo emigranti, valigia di cartone a parte, partiti dalla Sicilia carichi di milinciani, funci, cucuzza rossa etc…che ci entusiasmiamo ogni volta che avvisitiamo sprazzi di italianità anche qui:salti di gioia e giubilo per avere finalmente trovato, dopo aver ormai quasi gettato la spugna, la amata Simmenthal, una scatoletta 2,50€, un investimento che vale la pena affrontare.

Hai impiegato quasi due anni nello scovare il supermercato piú fornito di prodotti italiani, piuttosto che sbattersi nelle piccole bottegucce, tra l´altro carissime.

E ti brillano gli occhi davanti al reparto salumeria, godi nel pensiero di aprire quelle vaschette che racchiudono la tanto agognata bresaola (e pensare che in Italia non hai mai comprato salumi giá confezionati), e ti infervori al reparto frutta e verdura davanti a tutti quei prodotti provenienti da Olanda e Spagna, e ti accanisci nella ricerca di pomodorini rigorosamente di Pachino. Ma il culmine dell´estasi si raggiunge al reparto della pasta, davanti a una ricca scelta di prodotti Barilla e de Cecco.Sei disperatamente immigrato, con un pizzico di spirito kamikaze, se vai a mangiare in un ristorante italiano in Germania, ma che per fortuna si rivela essere sicilianissimo, col proprietario di Taormina e il cuoco di Palermo. E deve essere veramente passato un pó di tempo che sei lontano dalla tua terra, se aspetti con ansia il venerdì per gustare un piatto di pasta “chi vroccula arriminata”, generosamente preparato dall´ormai affezionato cuoco, sperando che a sorpresa ci prepari anche qualche cannolo. Ancora un giorno di attesa….slurp