Diritto al dolore

La prima volta che ho capito il significato della morte avevo 9 anni.  Una notte di luglio mi sono svegliata e nel letto accanto al mio non c’era mio fratello,  ma mia cugina che abitava nell’appartamento accanto,  che in quel momento si sarebbe dovuta trovare nel suo letto a castello nel villino che i nonni prendevano in affitto ogni anno. Lei non dormiva,  non puoi dormire quando ti è appena morta la sorellina,  e iniziò a raccontare cosa fosse successo.
Che Astrid sarebbe prima o poi morta lo sapevamo tutti,  ma è un pensiero al quale non ci si può arrendere. Anche se io non mi trovavo li a Trabia quando successe,  nel racconto di mia cugina riuscivo a vivere ogni momento,  come se fossi stata lì,  ed è così che ho ricostruito nella mia testa tutte le immagini di quella sera, la disperazione e le urla di una madre che non può vedere morire i propri figli,  perché è contro natura,  e la faccia incredula di mia cugina che non capisce,  non realizza che la sorellina sta morendo.
La veglia del corpicino di mia cugina di 6 anni,  fu tenuta in quella che era stata casa sua,  l’appartamento adiacente al mio.
Mia mamma mi proibì allora di andare a vedere ciò che era rimasto di mia cugina,  e non volle portarmi al suo funerale.
Molti anni dopo,  io andavo ormai al liceo,  fece lo stesso con i miei nonni,  mi tenne lontana dalla loro morte.
Mia madre ha voluto proteggermi da un dolore troppo forte e ha preferito io ricordassi quelle persone a me care così come erano in vita, non voleva che il ricordo dei loro volti di morte si intrufolasse nei miei ricordi di giochi,  risate e carezze. E di questo gliene sono grata.
I morti vanno ricordati per ciò che erano in vita,  non per la loro morte. 
Nonostante le veglie che si organizzano a Palermo,  il libro con le condoglianze,  posto all’ingresso dell’edificio dove si trova il defunto e il portone lasciato aperto per accogliere chiunque voglia passare per un ultimo saluto,  io credo che la morte sia un momento,  un dolore estremamente intimo,  da condividere,  se possibile,  solo con pochissime persone. Diversamente da quanto si usi da noi per tradizione,  credo che si un pianto silenzioso,  con singhiozzi strozzati in gola,  un dolore che vorrebbe uscire,  ma che preferisci tenerlo dentro ancora un poco per sentirti ancora un attimo solo legato alla persona che non c’è più.  Dopo di che sarà tutto finito. La nostra vita continua più o meno come prima,  si aggiunge una foto in più alle cornici sul comodino e la mattina lanci distrattamente un sorriso a quei ricordi chiedendoti,  chissà se loro sarebbero contenti e orgogliosi di me.
Quando Astrid morì,  mia zia tapezzò la casa di sue foto. Io entravo difficilmente nel loro appartamento perché questo mi faceva impressione.  Al vedere centinaia di Astrid che mi fissavano da ogni angolo della casa,  pur sapendo che lei non c’era più,  mi faceva venire i brividi.
Ovviamente le foto che ritraevano mia cugina erano di lei sempre sorridente e da viva, nessuno vorrebbe ricordare un morto in quanto tale,  ma si vuole ricordare per ciò che è stato, di certo questo dovrebbe valere in primo luogo per i bambini,  che per età dovrebbero essere più inclini al sorriso e alla vita che alla morte.
Per tali motivi non tollero in alcun modo le foto di bambini annegati,  ancora galleggianti in mare o adagiati sulla riva. Non tollero in questo senso alcun tipo di giustificazione alla pubblicazione di queste foto,  perché a mio avviso non servono affatto a sensibilizzare chi è insensibile ma solo a ferire chi sensibile invece lo è. Pubblicando e diffondendo queste foto si è privato di quel dolore intimo i genitori e le famiglie,  quel dolore non può essere privato,  spogliato e squarciato,  è un dolore che può appartenere solo a loro e che nessuno altro può capire.  Pubblicando quelle foto si è perseguito uno scopo privato non tenendo conto della sensibilità e dello strazio dei parenti; una madre non vuole essere bombardata di immagini del proprio figlio ormai privo di vita;  così come faceva mia zia,  si vuole ricordare i propri figli da vivi,  si vogliono vedere ancora i sorrisi e le risate che rimbombano nelle orecchie,  non l’ultimo urlo disperato.
Siamo bombardati da immagini e racconti,  che a volte temo possano creare l’effetto contrario rispetto a quello desiderato. Siamo così abituati alla morte che non ci fa nemmeno più impressione prendere il sole accanto ad un defunto,  coperto da un telo,  nell’attesa che qualcuno se lo venga a prendere.

L’umanità di un giornalista credo che negli ultimi tempi si riconosca in ciò che tace e non racconta; nel fotografo in uno scatto che non fa.