Zeitumstellung (il tempo d’inverno)

Desktop-the-clock-480x372Questo fine settimana torna l’ora solare.

Una cosa che non ho mai capito, é perché si chiama ora SOLARE. Mi sembra una presa per il culo, perché di sole in realtá ce ne sará di meno, le giornate improvvisamente si accorciano di un’ora, e giá che di sole qui ne abbiamo tanto, adesso entriamo nella stagione delle tenebre. Insomma tanto solare a me l’inverno non sembra.

Ha piú senso chiamarlo come fanno i crucchi “winterzeit” (tempo invernale) e Sommerzeit (tempo estivo).

Un’altra cosa che non ho mai capito é perché si dice in questi casi che “dormiremo un’ora in piú”. Cioé se fino ad ora la mattina mi sono svegliata alle 6e30 da lunedí posso svegliarmi alle 7e30? no, fatemi capire che cosí avviso in ufficio che inizio un’ora dopo a lavorare.

Io, in quell’ora in piú in cui dovremmo dormire, avrei invece tante cose da fare, che credo un’ora non basti.

Vorrei poter fare un’Asubildung che mi possa consentire ad avere piú aspirazioni che non siano lavorare in un call center. Un’ora per l’Ausbildung non mi basterebbe lo so, perché almeno un quarto d’ora mi servirebbe per capire cosa voglio fare e che corso di formazione seguire. Mi rimangono quindi 45 min per completare il corso.

In quell’ora in cui starete ancora tutti a dormire, vorrei imparare a cucire, vorrei mamma me lo insegnasse perché mi sento proprio impedita a non saper fare nulla e perché cosí potrei cucirmi vestiti addosso senza dover trattenere il respiro e tutta la ciccia per potermeli infilare.

In quell’ora vorrei imparare a lavorare a maglia, senza andare solo dritto, come so fare ora, ma a fare anche cappelli, maglie etc.

In quell’ora vorrei poter dire a tutte le persone che mi hanno ferita ció che non ho mai detto loro. Per esempio costringerei il mio maestro di violino a scrivere per un’ora di fila il mio nome alla lavagna, con le orecchie di asino infilate in testa.

In quell’ora vorrei poter fare un viaggio con Zito e Ciccio, un viaggio che non abbiamo mai fatto e che forse non faremo mai. Senza bisogno di attese in aeroporto e voli lunghi, che abbiamo solo un’ora, eh?

In quell’ora vorrei poter fare tanta attivitá fisica da poter diventare tonica e sopratutto secca.

E magari mentre gli orologi vanno avanti ignorando che dovranno tornare indietro, metterei pure un pó di ordine nella mia casa e nella mia vita.

Sono proprio fortunate le lancette che ogni anno possono tornare indietro e rimediare cosí agli errori, o forse ricomettere gli stessi errori, ma in modo diverso, avendo peró sempre la possibilitá di recuperare il prossimo inverno.

Io non posso farlo e comunque non mi basterebbe nemmeno quell’ora, perché alla fine come voi staró dormendo “un’ora in più” o staró dando il latte a Ciccio.

Annunci

Una giornata qualunque

Il viaggio verso Adlershof dura circa 45 minuti, al ritorno sempre di piú, non so perché. Avrei tutto il tempo di leggere i libri che non ho letto durante la maternitá, eppure a volte preferisco guardare la gente.

Se mi fossi immersa nella lettura, l’altro giorno, non avrei notato che quel shalalalala canticchiato proveniva dal tizio della sicurezza della Deutsche Bahn, che forse saltellava pure un pochino mentre cantava. E se l’uomo della sicurezza canta e balla, allora é di certo tutto tranquillo.

Non avrei nemmeno notanto qul signore un poco avanti con gli anni, seduto di fronte a me e vestito interamente di verde. Avevo notato inizialmente solo la camicia, la giacca e i pantaloni, ma poi mi sono chiesta “avrá pure le calze verdi?” e cosí ho abbassato lo sguardo per averne la conferma. Ho poi notato che persino gli occhi erano verdi. Mi sono chiesta, se fossero stati castani allora forse si sarebbe vestito di marrone? È salito a Neukölln e sceso a Baumschulenweg, forse per incontrare una signora in viola.

A Hermannstraße é salita una signora che ha chiesta ad una passeggera se per favore poteva togliere la sua giacca dal sedile, in modo potesse sedersi, e la passeggera ha risposto che le dispiaceva, ma aspettava una persona. Come al cinema. Che in effetti mi mancavano i popocorn e poi lo spettacolo sarebbe stato perfetto per me. Alla fermata dopo é salita la persona attesa, un’amica con la quale hanno riso e parlato tutto il tempo, erano allegre e simpatiche.

Il mio viaggio é finito nel luogo della scienza, cosí dice la scritta accanto al nome del quartiere. In effetti lí hanno creato un nuovo campus per l’universitá Humboldt di Berlino, tutto costituito da dipartimenti di facoltá scientifiche. Per il resto non c’è molto ad Adlershof e credo gli studenti non abitino nelle vicinanze.

Quel giorno avevo poi la visita del dentista, un dentista nuovo che mi avrebbe fatto radiografia e visita di controllo per vedere come sono i miei denti.

I denti sono ok, a parte i vari denti del giudizio che hanno scelto di crescere nelle posizioni piú assurde, le articolazioni della mandibole sono invece molto rovinate. Ne ho chiesto il motivo e il mio dentista-gemello di winnie pooh, mi ha detto che da ragazza avró sicuramente serrata troppo spesso i denti, chiuso troppo forte la bocca perché nervosa.

Che io gli avrei voluto dire, guardi a che sono sdraiata su questa sedia, possiamo anche iniziare una seduta psicologica, peró tolga quegli attrezzi da li che sennó mi sento come Dustin Hoffmann ne Il maratoneta.

Perché non é che abbia dei bei ricordi della mia adolescenza, cioé tutte le adolescenze fanno schifo allo stesso modo, la mia é stata uno schifo alle medie e al liceo, cioé uno schifo sparso per tutto il periodo.

In questo periodo non ho mai avuto un’identitá ero sempre la sorella di mio fratello e la figlia di mio padre. E reggere il paragone con mio fratello non era facile, lui era proprio bravo, io forse lo ero, ma in maniera diversa. Essere figlia di un prof di matematica era giá un problema alle elementari, quando la maestra mi rimproverava che nonostante mio padre insegnasse tale materia io ero proprio zucca con le moltiplicazioni. Non che mio padre avesse delle colpe, solo ho avuto degli insegnanti molto ignoranti e ottusi. Tutti. No vabbé, un paio si sono salvati.

Avrei detto al dentista che per otto anni il mio laestro di violino non ha mai imparato il mio nome, che credo sia la prima cosa si impari di un allievo. Per lui probabilmente io sono ancora Giusy, per me lui é e rimane un idiota.

Credo di aver serrato la bocca ogni volta che un insegnate o un compagno di scuola si sia dimenticato che fossi Giulia e basta, che avessi una mia identitá autonoma e indipendente. Ho serrato e stretto forte le mascelle ogni volta che un prof non aveva capito il mio valore e impegno. Stringo forte ancora oggi, quando le cose non vanno per come vorrei, e io non le posso proprio cambiare.

Caro dentista-winnie, io ti avrei detto forse tutto questo, ma era tardi e volevo tornare a casa da Ciccio e Zito e poi ho pensato che l’uomo in verde stava forse in un caffé a parlare con la signora in viola dal mattino, quando lo avevo lasciato a Baumschulenweg. E le loro mascella non era chiuse, erano aperte per le risate. E non volevo rovinarmi questa immagine nella mia testa.

Dare i numeri

Io amo il tedesco. Eppure per quanto lo ami devo riconoscere che a volte ce la mette proprio tutta per farsi odiare.

Per esempio i numeri.

I numeri in tedesco sono terribili. Ok, i francesi non scherzano nemmeno. Per imparare i numeri in francese devi essere bravo in matematica. Quattro volte venti, sessanta dieci, quattro volte venti dieci….certo non é facile, ma é logico. Una volta imparato che ottanta si dice quattro volte venti, non lo scordi piú e non  c’è possibilitá di errore o incomprensione.

In tedesco no. Non é logico.

I numeri da 13 a 99 si scrivono da sinistra a destra (mica sono arabi, sono crucchi) ma si leggono da destra verso sinistra, quindi prima l’unitá e poi la decina. Significa che ventuno diventa unoventi, trentaquattro diventa quattrotrenta etc.. E giá ad imparare i numeri ti sorge il dubbio che i crucchi sono gente proprio strana. Siccome a me le risposte del tipo “è cosí, é sempre stato cosí e sará cosí” non mi sono mai piaciute, e siccome per quanto riguarda le lingue é una enorme bugia, perché le lingue si evolvono e tendono alla semplificazione (vedi l’italiano che ha perso i casi del latino e lo stesso tedesco che ormai sta dimenticando il genitivo), sono andata a cercare piú info.

In realtá anche in altre lingue germaniche i numeri si leggevano da destra verso sinistra, ma verso la metá del diciannovesimo secolo questo sistema fu modificato. Il norvegese ha applicato una vera e proprio riforma negli anni 50 ha invertito il modo di dire i numeri, con ottimi risultati.

Anche in Germania giá nel 1500 qualche matematico propose una riforma, ma non si arrivó forse mai a parlarne “seriamente”.

Il modo di dire i numeri “al contrario” genera dei problemi ai bimbi che hanno difficoltá ad imparare a leggere e a contare. Blocca il processo di apprendimento. Ma crea difficoltá anche ad ognuno di noi. Immaginate di dover scrivere sotto dettatura alla tastiera del pc o al cellulare un numeor di telefono. Se io dico quattroventi, ovviamente scriverete prima il quattro, ma sarebbe un errore. Io ho giá difficoltá a scriverlo a penna, e devo sempre pregare di dirmi le cifre singolarmente, alcuni reagiscono con un sorriso (povera piccola straniera), ma non è colpa mia se loro hanno i numeri strani.

Oggi ho scoperto che non sono solo io povera piccola straniera, ad avere problemi. A Bochum un professore di matematica ha creato un’associazione zwanzigeins che si batte per porre l’attenzione a questa reale difficoltá e presentare un progetto di riforma al ministero della cultura. Che io sto professore non lo conosco ma giá gli voglio bene.

Purtroppo non penso che il momento della riforma sia vicino, e fino ad allora mi devo tenere i miei cinquesettanta e novenovanta.

numeri Vi lascio con il mio scrittore e maestro preferito, Gianni Rodari:

“Inventiamo dei numeri?”
“Inventiamoli, comincio io. Quasi uno, quasi due, quasi tre, quasi quattro, quasi cinque, quasi sei”.
“E’ troppo poco. Senti questi: uno stramilione di biliardoni, un ottone di millantoni, un meravigliardo e un meraviglione”.
“Io allora inventerò una tabellina:
– tre per uno Trento e Belluno
– tre per due bistecca di bue
– tre per tre latte e caffè
– tre per quattro cioccolato
– tre per cinque malelingue
– tre per sei patrizi e plebei
– tre per sette torta a fette
– tre per otto piselli e risotto
– tre per nove scarpe nuove
– tre per dieci pasta e ceci.
“Quanto costa questa pasta?”
“Due tirate d’orecchi”.
“Quanto c’è da qui a Milano?”
“Mille chilometri nuovi, un chilometro usato e sette cioccolatini”.
“Quanto pesa una lagrima?”
“Secondo: la lagrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra”.
“Quanto è lunga questa favola?”
“Troppo”.
“Allora inventiamo in fretta altri numeri per finire. Li dico io, alla maniera di Modena: unci dunci trinci, quara quarinci, miri miminci, un fan dès”.
“E io li dico alla maniera di Roma: unzi donzi tenzi, quale qualinzi, mele melinzi, riffe raffe e dieci”

Persone famose

Vi presentiamo Giulia, giovane ragazza che oltre a raccontarci cosa voglia dire essere un’italiana a Berlino, ci parla pure di cosa voglia dire diventare madre in Germania.

100_7471

Ciao Giulia, prima di tutto volevamo ringraziarti a nome nostro e a nome dei nostri lettori per averci concesso questa intervista. Solitamente iniziamo con la classica domanda: Perchè hai lasciato l’Italia?

Dico sempre che io non sono mai stata in fuga. Non ho lasciato il mio paese perché insoddisfatta o perché non trovassi un’occupazione dopo gli studi, io un lavoro non lo ho mai nemmeno cercato. Ho semplicemente sempre sognato di andare a vivere in Germania, capisco che possa essere difficile capire il desiderio di trovarsi altrove, dove non hai un passato, dove non hai nulla, proprio nulla. Eppure io avevo l’idea di una mia vita li. E sono andata a prendermela.

Per leggere l’intera intervista leggete qui 

p,s, nella foto ero ancora secca, mica gli davo la foto con la ciccia ;P

La striscia dei conigli

Sembrerebbe assurdo pensare che persino nella striscia della morte possa esserci vita, eppure durante la divisione di Berlino é stato proprio cosí.

La Todesstreife (striscia della morte) era infatti popolata da conigli. Chissà cosa avranno pensato allora i roditori. Forse avranno pensato che i berlinesi, per preservare la loro specie, avessero costruito un muro loro intorno e che addirittitura li difendesse con le armi, affinché potessero nutrirsi, giocare e procearsi indisturbati. Chissá.

Di fatto peró in effetti erano del tutto indisturbati e di erba fresca non gliene mancava affatto. Nessuna auto a sfrecciare col rischio di ucciderli, nessun essere umano che potesse costituire un pericolo.

Nel giro di pochi anni i conigli iniziarono a diventare veramente tanti, solo che forse a qualcuno ad un certo punto venne la curiositá di sapere cosa ci fosse oltre il muro. Iniziarono quindi a scavare dei tunnel come avevano giá fatto altri  e scappavano oltre il muro. Ora, sta cosa ai tedeschi della DDR non doveva andare proprio giú, persino i conigli si lasciavano scappare, e quindi iniziarono una vera e proprio caccia al coniglio.

Rafforzarono le recinsioni e sparsero sostanze chimiche nel terreno, sparare a distanza era pure un ottimo esercizio per tenersi allenati con le armi da fuoco. Da quando inizió la caccia ai conigli (1989), questi non ebbero vita facile. Per fortuna non dovettero aspettare molto prima di venire liberati. Entro l’anno sarebbero stati liberi di andare dove volevano.

In realtá peró fino al 1989 il muro li aveva difesi e offerto loro una casa. Da allora non sono riusciti a trovare un luogo altrettanto sicuro. Vicino la fermata Ubahn di Spichernstraße vi é un piccolissimo pezzetto di terra, tra le macchine che sfrecciano, lí, nelle belle giornate, si possono vedere alcuni conigli.

In generale non é affatto difficile imbattersi in un coniglio per le strade berlinesi.

Sono sopravvissuti alla riunificazione, oltre il muro, loro che si sono moltiplicati nella striscia della morte, che hanno vissuto una vita dove nessuno la avrebbe mai immaginata.

p.s. Mauerhase/ Rabbit á la Berlin é un film documentario di due registi polacchi, nominato nel 2010 all’oscar nella categoria di cortometraggi documentaristici.

C’ho il cesso miope.

All’universitá ti insegnano parole come Donaudampfschiffahrtsgesellschäftskapitän ma non ti isegnano parole utilissime come Klobrille.

Ci sono parole tedesche che sono assurde, altre divertenti e altre simpatiche. Tra le parole che io amo di piú in tedesco ci sono le seguenti:

Feierabend, come giá spiegato altre volte, é l’unione delle parole festa e sera. Con questo termine si indica la fine della giornata lavorativa, come a dire “abbiamo finito di lavorare e ora si festeggia”. Io adoro questa parola perché esprime tutta la gioia di vivere, di gioire, di divertirsi perché il lavoro non é tutto, la vita viene dopo questo é fuori l’ufficio.

Ohrwurm, che manco ve lo sto a dire che é una parola composta. Ohr significa orecchio, e wurm verme. Cosa é un verme nell’orecchio??? è quel motivetto orecchiabile, quella canzone che non riuscite piú a togliervi dalla testa. Sará capitato anche a voi di avere una musica in testa, sentire una specie di orchestra suonare, zum zum zum zum…

Leberkäse, le due parole signficano fegato e formaggio. Si tratta di un insaccato (in pratica un wurstel formato gigante che viene mangiato a fette) che non contiene nè fegato, né formaggio. Che mattacchioni i crucchi, no?? attenti peró a distiunguerlo dal Leberwurst, che Ciccio mangia a colazione, che invece é fatto di fegato. Bleah

GlÜhbirne, é la lampadina. E a me piace tanto perché Birne significa pera, e in effetti é proprio azzeccato nel caso della lampadina classica

pera

Drachenfutter, letteralmente il cibo del drago. Facciamo caso che il drago sia la moglie inviperita perché il marito se n’è andato a fare Feierabend con gli amici ed é tornato tardi, e che il cibo sia il regalino che il colpevole porta alla moglie per farsi perdonare. Insomma é un qualcosa che si regala per farsi perdonare una colpa.

Kaffeeklatsch, dove Klatsch significa chiacchere. Perché il Caffé qui non é mai espresso. É una brodaglia lunga da sorseggiare piano mentre si chiacchera con degli amici. è piú importante il rito del caffé.

Vorfreude, freude é la gioia, e vor é una particella che significa prima. è la gioia dell’attesa di un evento, é forse piú bello dell’evento stesso atteso. Come quando da bimbi si aspetta il Natale e quella attesa rende tutto magico, poi quando il Natale é li non é piú lo stesso, la gioia é giá passata.

Mutterkuchen, letteralmente torta della mamma, ma che non é un dolce per la festa della mamma, bensí é ció di cui si nutre il feto, é la placenta. E io trovo questa parola piú poetica di Plazenta.

La lista potrebbe continuare, ma non voglio annoiarvi piú di tanto.

Vi lascio con l’ultima, la piú divertente.

La tavoletta del wc in tedesco si chiama occhiali da cesso, Klobrille. E dire che dobbiamo essere noi a centrale lui, e che quindi lui non avrebbe affatto bisogno di occhiali 😉

klobrille

Da domani vi sentirete osservati mentre andrete in bagno