La vera storia di…

Era solo un bambino, quando rimase orfano del padre. La madre lo costringeva  a stare i pomeriggi davanti la porta di casa, sul cortile, ad aiutarla nel suo lavoro. La donna era nota per le sue doti culinarie, e sapeva preparare uno sfincione invidiato da ogni fornaio. La ricetta era segreta, e astutamente si astenne dall´andarla a riferire ad altre persone, cosicché era l´unica persona a produrre e infornare prelibato sfincione. Nei pomeriggi di calura, quando il sole e il forno rendevano irrespirabile l´aria di casa, i due mettevano il grande tavolo del soggiorno sul cortile, dove la madre, sporca di farina, si piegava a lavorare la massa informe. In quei pomeriggi peró, il nostro bambino,non riusciva a distogliere lo sguardo dagli altri coetanei che si affaticavano e sudavano rincorrendo un pallone. La madre non glielo avrebbe mai permesso, sudare, ammalarsi, essere anche lui strappato dalla vita e lasciare la povera donna del tutto sola, era un lusso che non potevano permettersi, qualcuno doveva pur portare una pagnotta a casa. E cosí mentre versava l´acqua sull´impasto e seguiva diligentemente il lavoro della madre, ogni tanto i suoi occhi volgevano lo sguardo verso l´oggetto sferico, e se non erano gli occhi a seguire il gioco, le orecchie erano piene dei “passa” e degli strilli di gioia che seguivano ad un gol. La mattina consegnava presso i vari fornai il lavoro finito del giorno precedente, e il pomeriggio  aiutava la povera madre, fin quando anche questa si spense. Quella fu la fine dei pomeriggi sul cortile e l´inizio dei giorni chiuso in casa. Ormai divenuto uomo, seguiva comunque il gioco con le orecchie, e dentro si rodeva e si consumava corrotto dal tarlo dell´invidia. Lui non aveva mai potuto giocare. Come sempre, capitava che il pallone finisse presso luoghi verso cui non era destinato, dall´altro lato della strada, nel balcone di qualche inquilino, ma se si poteva, si evitava in ogni modo di mandarlo verso la casa di quello scorbutico orco. Si perché ad ogni pallone finito nel proprio territorio minacciava “chi fa u tagghiamu stu palluni?” minaccia che veniva sempre avverata. In realtà, se uno di quei bambini sudati si fosse addentrato verso la casa dell´orco cattivo, si sarebbe accorto che i palloni non venivano tagliati, ma conservati come trofei. Il povero uomo, che un orco non era affatto, conservava gli oggetti sferici con cura. Dato che da piccolo non ne aveva mai posseduto uno, ora poteva ammirarli in ogni momento. Quasi ogni giorno si udiva per il cortile “chi fa u tagghiamu stu palluni?”, e quasi ogni giorno un pallone scompariva. Fin quando il piú piccolo e indifeso della combriccola, usato solo come raccattapalle, fu inviato dai perfidi compagnetti ad andare a recuperare il pallone finito nelle mani dell´orco, con la promessa che, se avesse recuperato la palla, avrebbe finalmente potuto giocare con loro. Allettato dall´idea di poter giocare, il piccolo si avventurò nella casa dell´orco, il quale, non si era nemmeno accorto che un bambino era alle sue spalle con la bocca spalancata  dalla sorpresa . Quando avvertì la presenza estranea si voltó e il bimbo si rivolse a lui, senza paura, chiedendogli se gentilmente poteva restituirgli uno di quei trofei . Il povero uomo pensó alla sua infanzia rubata e mosso da pietá disse, “puoi avere tutti i palloni se vuoi, io non so piú che farmene”.Il bambino tornó dai compagni, i quali lo accolsero come un eroe. Il vecchio, invece, iniziò a riflettere sulla propria vita, sul senso che essa aveva: nessuno. Era solo, non aveva un amico e le persone che gli passano accanto torcevano la bocca in senso di disgusto, se non paura a volte. Capí di dover far qualcosa per poter rimediare al vuoto della sua vita, ma non sapeva come. Non aveva molte doti, tranne due: sapeva urlare e aveva imparato dalla madre la ricetta segreta dello sfincione. Quella stessa notte iniziò ad impastare e il mattino successivo comprò dal primo concessionario piaggio una “lapa”.Da allora non ha mai finito di aggirarsi per le strade di Palermo ad urlare “Ora u sfuinavu” e di essere accolto tra urla di gioia di uomini, donne e bambini, i quali fecero in fretta a dimenticare il passato oscuro dello sfincinaro. Da allora nessun pallone fu piú minacciato di essere squartato.

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8 pensieri su “La vera storia di…

  1. Vedo che da un po’ di tempo ti interessi particolarmente al cibo. Cominci ad apprezzare ciò che prima mangari rifiutavi come ad esmpio il pesce? Però mi pare che di queste simpatiche e gustose creature non ne parli. Ti manca lo sfincione? Credo che in Germania ci siano tutti gli ingredenti che servono per poterlo fare, se eventualmente dovessi incontrare difficoltà ci sono sempre io che ti posso guidare. Forse manca l’origano, ma quello te lo possiamo fare avere perchè c’è chi ne fa abbondanti provviste.
    P.S. lo sfincionaro “abbannia” pure: “chi ciavuru”

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  2. guarda che so bene cosa abbania! e poi, sai bene che non ho mai disprezzato il nostro cibo, milza inclusa. Per quanto riguarda i pesciolini brutti e cattivi, quelli proprio non mi mancano…vuoi mettere uno Schweinhaxen???

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  3. Sarà che mi piace viaggiare e mangiare…
    E vengo spesso da queste parti e anch’io ho notato un certo interesse verso il cibo ma, penso, forse sono solo sporadici accenni di nostalgia.
    Bah, spero siano passeggeri!
    Ma visto che mi piace mangiare (e si vede…), che cos’è lo Schweinaxen?
    Ciao.

    P.s.: tra gli abbannii non dimenticate “chisti, sunnu cuosi ca si tastanu…”

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  4. Tomas, se lo vedo te lo saluto io.

    Giangiacomo, lo Schweinhaxen é uno stinco di maiale fatto allo spiedo, slurp.
    Nessun a nostalgia, forse anzi, tra le pochissime cose che mi mancano, ci sono proprio queste prelibatezze, che poi se sono a Palermo, non ne mangio quasi mai..se bella vuoi apparire….

    bacino

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  5. Accidenti, l’ho pure mangiato a Dresda quest’estate (ri-slurp).
    Purtroppo, io e il tedesco (inteso come idioma) nonostante un mare di frequentazioni non riusciamo ad andare d’accordo…
    Cmq, tu appari bella anche senza farti vedere. 😉
    Ciao.

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