Cosa vi siete persi  (se non avete visto mai Gazebo su rai3)

Non sono una grande appassionata di tv. Vedo ancora le repliche di Friends, guai a chi mi tocca HIMYM (ultima stagione esclusa, che veramente, va…) e poche altre cose, ma potrei stare giorni interi senza vedere la tv.

Da quando abitiamo a Steglitz vediamo pure i primi 3 canali Rai, paghiamo nell’abbonamento alla TV via cavo un paio di euro in più e abbiamo accesso a questo servizio. Abitando in un Altbau  (un edificio costruito prima delle guerre) non ci è consentito mettere parabola, quindi ci accontentiamo così. Ogni tanto vediamo qualche tg italiano, quest’anno qualche fiction su Rai1 che non sono state affatto male e nulla di più. Ma Gazebo da 4 anni è un appuntamento fisso. Non si perdono mai puntate di Gazebo, tranne quando lavoravo la sera alla luftmerda che porcalamiseria nemmeno dal PC potevo seguire la trasmissione che la RAI non trasmette in streaming all’estero (che poi non capisco l’utilità dello streaming in Italia quando basta accendere la tv, mentre invece a noi emigrati, niente). Continua a leggere

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Un filo di perle

I’m a Barbie girl, in the Barbie world
Life in plastic, it’s fantastic!
You can brush my hair, undress me everywhere
Imagination, life is your creation

Due cose ho sempre rimpianto e rimproverato ai miei genitori: l’aver privato la mia infanzia del dolce forno e della casa di Barbie, ma non della versione sfigata di cartone a più piani con l’ascensore, io parlo della villa, quella rosa.
Oggi al posto del dolce forno ho un forno vero e pure il microonde, una villa rosa non ce l’ho e onestamente dovesse mai capitarmi la disgrazia di arricchire e potermi permettere una villa, spero questa non sia rosa.
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Diritto al dolore

La prima volta che ho capito il significato della morte avevo 9 anni.  Una notte di luglio mi sono svegliata e nel letto accanto al mio non c’era mio fratello,  ma mia cugina che abitava nell’appartamento accanto,  che in quel momento si sarebbe dovuta trovare nel suo letto a castello nel villino che i nonni prendevano in affitto ogni anno. Lei non dormiva,  non puoi dormire quando ti è appena morta la sorellina,  e iniziò a raccontare cosa fosse successo.
Che Astrid sarebbe prima o poi morta lo sapevamo tutti,  ma è un pensiero al quale non ci si può arrendere. Anche se io non mi trovavo li a Trabia quando successe,  nel racconto di mia cugina riuscivo a vivere ogni momento,  come se fossi stata lì,  ed è così che ho ricostruito nella mia testa tutte le immagini di quella sera, la disperazione e le urla di una madre che non può vedere morire i propri figli,  perché è contro natura,  e la faccia incredula di mia cugina che non capisce,  non realizza che la sorellina sta morendo.
La veglia del corpicino di mia cugina di 6 anni,  fu tenuta in quella che era stata casa sua,  l’appartamento adiacente al mio.
Mia mamma mi proibì allora di andare a vedere ciò che era rimasto di mia cugina,  e non volle portarmi al suo funerale.
Molti anni dopo,  io andavo ormai al liceo,  fece lo stesso con i miei nonni,  mi tenne lontana dalla loro morte.
Mia madre ha voluto proteggermi da un dolore troppo forte e ha preferito io ricordassi quelle persone a me care così come erano in vita, non voleva che il ricordo dei loro volti di morte si intrufolasse nei miei ricordi di giochi,  risate e carezze. E di questo gliene sono grata.
I morti vanno ricordati per ciò che erano in vita,  non per la loro morte. 
Nonostante le veglie che si organizzano a Palermo,  il libro con le condoglianze,  posto all’ingresso dell’edificio dove si trova il defunto e il portone lasciato aperto per accogliere chiunque voglia passare per un ultimo saluto,  io credo che la morte sia un momento,  un dolore estremamente intimo,  da condividere,  se possibile,  solo con pochissime persone. Diversamente da quanto si usi da noi per tradizione,  credo che si un pianto silenzioso,  con singhiozzi strozzati in gola,  un dolore che vorrebbe uscire,  ma che preferisci tenerlo dentro ancora un poco per sentirti ancora un attimo solo legato alla persona che non c’è più.  Dopo di che sarà tutto finito. La nostra vita continua più o meno come prima,  si aggiunge una foto in più alle cornici sul comodino e la mattina lanci distrattamente un sorriso a quei ricordi chiedendoti,  chissà se loro sarebbero contenti e orgogliosi di me.
Quando Astrid morì,  mia zia tapezzò la casa di sue foto. Io entravo difficilmente nel loro appartamento perché questo mi faceva impressione.  Al vedere centinaia di Astrid che mi fissavano da ogni angolo della casa,  pur sapendo che lei non c’era più,  mi faceva venire i brividi.
Ovviamente le foto che ritraevano mia cugina erano di lei sempre sorridente e da viva, nessuno vorrebbe ricordare un morto in quanto tale,  ma si vuole ricordare per ciò che è stato, di certo questo dovrebbe valere in primo luogo per i bambini,  che per età dovrebbero essere più inclini al sorriso e alla vita che alla morte.
Per tali motivi non tollero in alcun modo le foto di bambini annegati,  ancora galleggianti in mare o adagiati sulla riva. Non tollero in questo senso alcun tipo di giustificazione alla pubblicazione di queste foto,  perché a mio avviso non servono affatto a sensibilizzare chi è insensibile ma solo a ferire chi sensibile invece lo è. Pubblicando e diffondendo queste foto si è privato di quel dolore intimo i genitori e le famiglie,  quel dolore non può essere privato,  spogliato e squarciato,  è un dolore che può appartenere solo a loro e che nessuno altro può capire.  Pubblicando quelle foto si è perseguito uno scopo privato non tenendo conto della sensibilità e dello strazio dei parenti; una madre non vuole essere bombardata di immagini del proprio figlio ormai privo di vita;  così come faceva mia zia,  si vuole ricordare i propri figli da vivi,  si vogliono vedere ancora i sorrisi e le risate che rimbombano nelle orecchie,  non l’ultimo urlo disperato.
Siamo bombardati da immagini e racconti,  che a volte temo possano creare l’effetto contrario rispetto a quello desiderato. Siamo così abituati alla morte che non ci fa nemmeno più impressione prendere il sole accanto ad un defunto,  coperto da un telo,  nell’attesa che qualcuno se lo venga a prendere.

L’umanità di un giornalista credo che negli ultimi tempi si riconosca in ciò che tace e non racconta; nel fotografo in uno scatto che non fa.

Che tipo di Blogger (non) sono

Quando ho iniziato a scrivere sul Blog,  nel 2006, non sapevo nemmeno cosa fosse un Blog.
Ora ci sono miriadi di blog tematici e io un po’ mi perdo in questa enorme varietà e classificazione.  Ma il mio,  che blog è?
Trovo molto più semplice descrivere ciò che non è.
Non è decisamente un fashion-blog.  Abito nella patria delle Birckenstock coi calzini bianchi corti,  cosa dovrei raccontarvi di fashion?  Ma a parte questo io non riesco proprio a stare dietro alle mode.  Mai aperto un a copia di vanity fair,  io, nemmeno dal parrucchiere quell’unico volta all’anno in cui ci vado. Non ho ancora capito cosa sia sta borsa che tutte hanno con una M e una K; non mi trucco,  se non per coprire solo le occhiaie che ho alle 5 di mattina,  non uso smalti e non ho mai messo l’eyeliner.  E non perché sia bellissima di mio e non abbia bisogno di ulteriori ritocchi,  non perché “sono troppo impegnata e non ho tempo per queste cose”,  proprio non l’ho mai fatto  e non mi ha mai interessato nemmeno quando ero ragazzina. Ho sempre amato i tacchi e le gonne, ma non resisto alle Adidas e i jeans. E a me l’Adidas non mi paga per averla citata qui e in altri post.
Non è un blog dove si parla di cibo e ricette,  perché questi blog sono sempre accompagnati da foto dei vari passaggi di preparazione e del piatto finale e io le foto non le so fare e non potrei aspettare di fotografare un piatto prima di divorarlo.  A proposito detesto quelli che prima  di mangiare devono fare a tutti i costi una foto al piatto che hanno davanti. Odiatemi pure,  ma è così.
Non è un blog fotografico (vedi sopra).
Non è un blog dove si parla del mio ruolo di mamma.  Se date uno sguardo all’archivio noterete un buco,  un periodo in cui non ho scritto,  in quel periodo ero incinta. Trovo noiosi i post in cui si parla delle ecografie,  dei vestiti premaman e di tutti i vari preparativi in attesa del gremlins.  Non vi dico la noia dei post che descrivono il parto.  Io ho pianto per parecchie settimane dopo il parto al pensiero di ciò che avevo passato,  ed è un racconto horror che non vorrei condividere con nessuno se non col mio compagno che è stato costretto a seguirlo dal vivo.  Non sono una di quelle che ha sentito le farfalle o le bollicine nello stomaco,  non sono così dolce e romantica e Ciccio era molto pigro. Non ho contato le dita dei suoi piedi quando ho visto per la prima volta Ciccio,  ero intenta a contare i punti che mi stavano cucendo li da dove Ciccio era appunto appena venuto fuori.
Nel mio blog non ho mai parlato di allattamento al seno e detesto entrambe le frazioni pro o contro l’allattamento. Nel mio caso ha deciso Ciccio,  non mi era rimasto altro che assecondarlo.
Mi annoiano a morte i post sui vantaggi e svantaggi di portare il pupo presto all’asilo o addirittura chi critica l’asilo visto come un posteggio e non un’opportunità lui crescita. C’è chi non si pone molte domande sull’argomento perché non ha scelta.
Non vi dico dei post riguardo i vaccini, dove si affilano lunghi coltelli. Sono dell’ idea che ognuno scelga il meglio per i propri figli e agisca di conseguenza. Non voglio avere rotte le scatole e non voglio romperle a nessuno riguardo le scelte che compio per mio figlio.
Non definisco il mio blog “expat”  perché non mi piace molto il termine è perché penso il mio blog non sarebbe tanto diverso se fossi in Italia o in un altro paese.
Non è un blog di recensioni è critiche perché non mi piace quando mi si dice che libro leggere o che film vedere,  quando si parla troppo di una cosa io ne perdo subito interesse. Non ho mai letto/visto Harry Potter e 50 sfumature di quel colore che nemmeno ricordo. Saranno pure dei grandi capolavori di letteratura e io non lo saprò mai.  Perdonatemi. Posso forse trovare interessante leggere una recensione di un libro già letto,  poi però magari non mi trovo d’accordo e mi incazzo.  Ho l’incazzatura facile io,  quindi evito proprio l’argomento e questo genere.
Ma allora che Blog è questo?
È un blog fashion perché vi parlo dei crucchi con i sandali e i calzini; è un blog di cucina perché vi parlo della zucca rossa di nonna; è un blog fotografico perché vi mostro foto orrende della città in cui vivo; è un blog di una mamma perché vi parlo di Ciccio; un blog di recensioni perché vi racconto la mia prima volta al Rock Horror Picture Show ed è un blog expat perché io non sarei io (incazzatura compresa) se non fossi emigrata 10 anni fa.
È un minestrone e a me il minestrone piace, però non lo fotografo prima di mangiarlo.

rai (quasi) di tutto, sempre di meno

I primi anni di permanenza in Germania, ho pensato di disintossicarmi, tra le altre cose,  della tv italiana. NOn che quella tedesca sia migliore, ma almeno fino ad un certo orario meno volgare. E all’inizio ti fa pure piacere non avere alcuna idea di cosa stiano parlando i tuoi vecchi amici quando parlano di intrattenimento, tiri un respiro di sollievo quando non hai idea non solo di chi ha vinto l’isola dei famosi, ma che non sai nemmeno se quest’anno l’hanno ancora trasmessa.

Poi peró cambia. Ad un certo punto, dopo esserti disintossicata per bene, quasi ti dispiace non avere idea di cosa parlino a volte i giornali, quasi ti dispiace perderti certe trasmissioni o sceneggiati di produzione italiana e cerchi di risolvere questa lacuna. La soluzione piú semplice, a portata di mano é internet. Eppure certi progammi in internet non si possono vedere, non all’estero. Cioé se sei in Italia e non paghi il canone rai puoi ad ogni modo vedere “il giovane Montalbano” sia in TV che su internet. Io no. Nemmeno in Internet, e nemmeno dopo mesi che é stato mandato in onda.

Altra soluzione: via satellite. Qui é parecchio complicato. Per poter mettere l’antenna parabolica devi chiedere il permesso all’amministrazione condominiale, se poi, come nel mio caso, abiti in un Altbau (edifici costruiti prima della seconda guerra mondiale e che godono di una protezione particolare) allora ottenere un permesso é veramente difficile. Ma qualora riuscissi ad ottenerlo, tranquillo: non vedrai ad ogni modo tutte le trasmissioni.

terzo tentativo: hai la fortuna di avere la tv via cavo inclusa nel prezzo di affitto, come me. Allora chiedi alla compagnia che fornisce tale servizio (Kabeldeutschland) un abbonamento extra (oltre a quello che giá paghi per la tv via cavo) che ti consenta di vedere: Rai 1, 2 e 3. E dopo aver fatto il contratto che ti lega per 2 anni, ti rendi conto che nemmeno questo basta.

Io non sto parlando di partite di calcio, come quella di stasera della nazionale, dove si puó avere la scusa di non disporre dei diritti üer trasmettere la tv all’estero, parlo anche di telefilm come quello che non onosco che hanno trasmesso ieri sera (giovedí) su rai3, dove al posto suo per circa due ore la rai trasmetteva solo per noi italiani residenti all’estero:

” Per Alcuni programmi la Rai non dispone dei diritti di diffusione all’estero”

dove non penso affatto che il problema sia l’estero, quanto la rai

l’ultima e unica soluzione per poter vedere tutte le trasmissioni rai é farsi l’abbonamento sky, che io mi rifiuto a fare, e che comunque non posso economicamente permettermi.

Ovviamente ignoro il motivo dell’esistenza di Rai International, dato che non si prende affatto.

Ma la Rai non é un servizio pubblico? NOn é un mio diritto di cittadina italiana poter usufruire anche di questo servizio, al fine di poter sempre mantenere un rapporto con la mia patria, o sbaglio?