L’estate a Palermo 

L’estate a Palermo non era segnata dal calendario, già il 25 aprile si andava a mare, eppure non era ancora estate. L’estate erano i vestiti sempre più leggeri, le gonne sempre più corte e i sandali. L’estate erano l’odore delle creme abbronzanti, lo zaino sempre più vuoto per fare spazio al telo per andare a mare e il costume sotto i vestiti. L’estate era la fine della scuola. 3 mesi di mare, risate, spensieratezza e “ci si vede a metà settembre, non mi mancherete nemmeno un poco”. Quando ho frequentato io il liceo non c’erano più gli esami a settembre, quindi era veramente vacanza pura. Forse qualche libro da leggere, ma io ho sempre amato leggere e non mi è mai pesato.  Continua a leggere

A me il classico faceva schifo

A me,  quando andavo alle superiori,  il classico mi faceva schifo (e non ditemi “se fossi andata al classico sapresti che a me mi non si dice,  perché lo sanno pure i bimbi delle elementari).
Quando andavo alle superiori vi era inconsciamente una sorta di gerarchia: il gradino più basso era occupato dagli istituti professionali,  l’alberghiero non veniva manco considerata come scuola,  l’industriale era già un gradino più su del ragioneria etc.  Tra i licei l’artistico non si capiva proprio come ci fosse finito,  il linguistico l’ho scoperto solo alla facoltà di lingue quanto fosse inutile,  che ne sapevo più io che le mie colleghe etc. Il classico occupava ovviamente il gradino più alto per importanza,  bellezza,  utilità e arroganza. Quelli del classico ti guardavano sempre dall’alto verso il basso,  loro erano più intelligenti,  con la migliore preparazione e sicuramente più colti di te. Poi anche tra i vari istituti del liceo classico vi erano rivalità,  il Vittorio Emanuele non contava nulla rispetto al Garibaldi e l’Umberto se li mangiava tutti. Odiavo gli “umbertini”,  gli unici a darsi un nome,  per il resto non esistevano “Emanuelini”  o Garibaldini,  oddio questi ultimi si,  ma è un’altra storia.

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didattica umanistico affettiva

Oggi mi é venuto in mente un ricordo di bambina, che invano avevo provato a rimuovere, ma che poi pensandoci meglio non é solo un ricordo ma un evento ricorrente piú volte nella mia vita.

Quando avevo circa 7 anni, decisi che volevo essere mio fratello, e come lui intrapresi lo studio del violino. Il mio “maestro” di violino, era anche il suo. Da lui imparai che non avrei mai piú suonato uno strumento né tanto meno ascoltato piú musica classica.

Ai tempi non si prestava molta attenzione alla didattica e ai metodi di insegnamento/apprendimento. Il metodo di insegnamento del mio “maestro” era il seguente: terminato un passaggio o l’intera esecuzione, diceva “hai sbagliato”, io ingenuamente rispondevo “cosa?” e la risposta che giungeva ogni volta era “ci devi arrivare da sola”. Piú mi sforzavo di guardare quei puntini sul pentagramma, piú cercavo di unirli fra loro, non riuscivo a veder venir fuori alcuna soluzione. Non mi restava che ripoggiare  l’archetto sulle corde, e ricominciare il pezzo d’accapo piú e piú volte. Quando dopo 8 anni di lezioni non riusciva nemmeno a memorizzare il mio nome e si ostinava a chiamarmi Giusy, ho capito che era finita per lui la carriera di “maestro”e per me la carriera di violinista. Una persona che in otto anni non si degna nemmeno di imparare il mio nome, non aveva nulla da insegnarmi.

A scuola si eseguiva lo stesso metodo. La maestra mi puniva gli ORRORI di ortografia facendomi scrivere paginette intere ripetendo la parola in questione scritta in maniera corretta. Mai che nessuno mi spiegasse peró perché Quadro si scrive con la q e sCuola o Cuore no.

Ricordo ancora le paginette con la coniugazione dei verbi. Mi chiedo ancora che fine abbia fatto il trapassato remoto, e perché ci si ostinasse tanto ad insegnarlo.

Per non parlare degli errori di matematica. In quanto figlia di un professore di matematica, non mi era concesso sbagliare una moltiplicazione.

Al liceo la prof di inglese puniva i miei compagni (io ero brava, per mia fortuna) facendo scrivere 100 volte la parola che sbagliano  e se qualcuno si permetteva di controbbattere, le parole diventavano 1000. Io spero tanto che tra quelle mille parole ogni tanto ci scappasse un bitch. Tanto non le andava certo a controllare e contare tutte!

Ancora oggi questo metodo didattico del non spiegare perché si é commesso un errore, o semplicemente a colmare una carenza o dimenticanza é spesso “te l’avevo detto, arrivaci da solo”. Metodo che come unica risposta meriterebbe “ci impieghiamo tutti e due meno tempo se me lo spieghi/dici, piuttosto che farmi girare i coglioni e cercare la soluzione da solo”.

Ma tutti gli esempi riportati sopra, riguardano persone che non hanno mai assistito ad una lezione di didattica umanistico-affettiva. Magari un giorno organizzo un corso, gratuito.

p.s. alla mitica Elena Ballarin, che rimane sempre nel mio Quore 🙂

Ci vuole ottimismo (e occhiali rosa)

 

L’universitá non è solo un luogo dove formarsi e raggiungere un titolo, una qualifica, prima di accedere al mondo della disoccupazione, ma è bensì anche luogo ove trovare l’anima gemella o creare forti e indissolubili legami di profonda amicizia. Gli accademici e i laureati senza impiego, non hanno bisogno di rivolgersi alle agenzie matrimoniali per trovare l’anima gemella, basta appostarsi davanti a qualsiasi ateneo ed è fatta! Del resto è in questo modo più semplice trovare una persona che condivida i propri interessi in materia di studio, cultura generale e cattedra. Chi trova l’amore in questo contesto, trova anche una cattedra o almeno un impiego. I suoi occhi e il suo cuore saranno tutti per l’innamorato/a e per la cattreda. I due percorsi, quello del corteggiamento e quello dell’inserimento nel corpo deocenti, segue fasi che procedono parallelamente. Al primo appuntamento segue domanda per dottorato. Alla richiesta di matrimonio, il posto da ricercatore. Al primo pargolo il posto come professore associato e così via. Per tale motivo si spiegano i numerosi legami amorosi che si formano all’interno dell’ateneo. Mariti e moglie dividono non solo il letto, ma anche la cattedra. La futura moglie del prof. è sua assistente. Per non parlare poi dei figli, i quali hanno giustamente per diritto ereditario un posto conservato.

Io purtroppo ai tempi dell’univesità ero già impegnata sentimentalmente e quindi non mi sono mai “appostata” adeguatamente. I risultati della mia superficialità sono già noti.

Eppure capita, forse per mancanza di figli all’interno della coppia di prof, forse perchè i single diventano sempre piú esigenti in campo amoroso, che ogni tanto viene pubblicato un bando per insegnare all’università. Io non ne avevo mai visto uno, indetto dalla mia facoltà e sono rimasta sopresa. Mi sono detta: hai visto? le cose cambiano, devo essere più ottimista. E io mi sono sforzata tantissimo ad esserlo, leggendo il bando. Mi sono imposta di essere positiva leggendo la frase “conferimento a titolo gratuito degli insegnamenti dei corsi di laurea…”. Ho rischiato un’ernia nello sforzo di sorridere ottimista scorrendo i requisiti per accedervi (Professori, Ricercatori ed Assistenti ordinari nonché i Tecnici Laureati, soggetti interni non strutturati che abbiano svolto un’adeguata attività di ricerca debitamente documentata; soggetti esterni alle Università, italiani e stranieri, in possesso di adeguati requisiti scientifici e professionali, Professori e Ricercatori in quiescenza).

Ora, io non credo che chi è già professore, o ricercatore, specie se all’estero, sia molto allettato all’idea di lavorare “aggratis” all’università di PaleMMO, ma forse mi sbaglio, e mi chiedo: ma i futuri insegnanti “aggratis” come potranno campare? Cercheranno un appartamento in affitto “a titolo gratuito” e faranno la spesa nei supermercati gratuiti?

Ma forse il bando ha un secondo fine. Prof gratuiti, quindi corsi gratuti per tutti. Dal prossimo anno non si pagheranno piú tasse di iscrizione. Io sono ottimista.