Una lettera

Sono le 6. Ho 12 minuti per raggiungere la fermata di Bergstraße e prendere il 170 che mi porta in ufficio. Prendo il pranzo, lo metto in borsa, oggi panino con speck. Infilo la giacca, ancora non troppo pesante, l’inverno tarda ad arrivare quest’anno, vuol dire che risparmieremo in gas. Metto le scarpe e prendo la lettera. Ho solo due giorni di tempo per consegnarla.

Corro alla fermata. Mi sento leggera, forse faccio qualche saltello tra un marciapiede e l’altro e  sorrido.
Sorrido a chi aspetta il bus al buio di questa mattina di novembre,
sorrido all’autista che mi apre le porte e ai passeggeri già seduti e ancora assonnati. Oggi non sarò scorbutica, tornerò ad esserlo domani, ma oggi no.
Ogni tanto infilo la mano nella borsa, la cerco con le dita e la trovo, è sempre li. E sorrido.
Stamattina Ullsteinhaus sembra più bello e meno tetro del solito, forse mi mancherà. Ma forse no.
Arrivo in ufficio che le luci sono ancora spente, sono quasi sempre la prima. Accende il pc, tolgo il giubbotto e lo metto sulla spalliera della sedia. Inserisco le varie password, una diversa per ogni programma e lentamente inizio a lavorare. L’ufficio si riempe, ogni tanto butto lo sguardo verso gli uffici del primo piano, ancora vuoti. Infilo ancora la mano nella borsa appesa alla mia sedia. La lettera è sempre li.
Quando anche il primo piano inizia a riempirsi di vita, capisco che è ora di separarmi dalla mia lettera. Inserisco la pausa nel pc, infilo per l’ultima volta la mano nella borsa ed estraggo la lettera. Mi alzo, credo di camminare ad un paio di centimetri da questa moquette grigio scuro che si intona col cielo che è oltre la finestra.
Scendo al primo piano e cerco la porta a vetri giusta. La trovo, abbasso la maniglia ed entro in attesa che qualcuno alzi lo sguardo verso di me. Mi avvicino all’unica persona che mi degna della sua attenzione e allungo il braccio verso di lei, porgendole la lettera che ho scritto, o meglio copiato da internet e stampato la sera prima. Non aspetto la apra, le dico io cosa contiene. Sorrido e dico: mi licenzio. Mi giro voltandole le spalle e mi dirigo verso la porta a vetri rimasta aperta. Non può vedere che sto ridendo. Torno al mio posto, e riprendo a lavorare, per ancora sei settimane.

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