didattica umanistico affettiva

Oggi mi é venuto in mente un ricordo di bambina, che invano avevo provato a rimuovere, ma che poi pensandoci meglio non é solo un ricordo ma un evento ricorrente piú volte nella mia vita.

Quando avevo circa 7 anni, decisi che volevo essere mio fratello, e come lui intrapresi lo studio del violino. Il mio “maestro” di violino, era anche il suo. Da lui imparai che non avrei mai piú suonato uno strumento né tanto meno ascoltato piú musica classica.

Ai tempi non si prestava molta attenzione alla didattica e ai metodi di insegnamento/apprendimento. Il metodo di insegnamento del mio “maestro” era il seguente: terminato un passaggio o l’intera esecuzione, diceva “hai sbagliato”, io ingenuamente rispondevo “cosa?” e la risposta che giungeva ogni volta era “ci devi arrivare da sola”. Piú mi sforzavo di guardare quei puntini sul pentagramma, piú cercavo di unirli fra loro, non riuscivo a veder venir fuori alcuna soluzione. Non mi restava che ripoggiare  l’archetto sulle corde, e ricominciare il pezzo d’accapo piú e piú volte. Quando dopo 8 anni di lezioni non riusciva nemmeno a memorizzare il mio nome e si ostinava a chiamarmi Giusy, ho capito che era finita per lui la carriera di “maestro”e per me la carriera di violinista. Una persona che in otto anni non si degna nemmeno di imparare il mio nome, non aveva nulla da insegnarmi.

A scuola si eseguiva lo stesso metodo. La maestra mi puniva gli ORRORI di ortografia facendomi scrivere paginette intere ripetendo la parola in questione scritta in maniera corretta. Mai che nessuno mi spiegasse peró perché Quadro si scrive con la q e sCuola o Cuore no.

Ricordo ancora le paginette con la coniugazione dei verbi. Mi chiedo ancora che fine abbia fatto il trapassato remoto, e perché ci si ostinasse tanto ad insegnarlo.

Per non parlare degli errori di matematica. In quanto figlia di un professore di matematica, non mi era concesso sbagliare una moltiplicazione.

Al liceo la prof di inglese puniva i miei compagni (io ero brava, per mia fortuna) facendo scrivere 100 volte la parola che sbagliano  e se qualcuno si permetteva di controbbattere, le parole diventavano 1000. Io spero tanto che tra quelle mille parole ogni tanto ci scappasse un bitch. Tanto non le andava certo a controllare e contare tutte!

Ancora oggi questo metodo didattico del non spiegare perché si é commesso un errore, o semplicemente a colmare una carenza o dimenticanza é spesso “te l’avevo detto, arrivaci da solo”. Metodo che come unica risposta meriterebbe “ci impieghiamo tutti e due meno tempo se me lo spieghi/dici, piuttosto che farmi girare i coglioni e cercare la soluzione da solo”.

Ma tutti gli esempi riportati sopra, riguardano persone che non hanno mai assistito ad una lezione di didattica umanistico-affettiva. Magari un giorno organizzo un corso, gratuito.

p.s. alla mitica Elena Ballarin, che rimane sempre nel mio Quore 🙂

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4 pensieri su “didattica umanistico affettiva

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